Pesce d’Aprile – un racconto di Roberta Palopoli

PESCE D’APRILE 

Luis era un pesce.
Viveva li’ da parecchio ormai e non aveva idea di quanti anni avesse.
Faceva una vita noiosa, ma non si lamentava mai, in fondo era guardato e curato e poi non era da lui fare storie, nessuno nella sua famiglia ne aveva mai fatte, per quello che ricordava.
Mangiava poco, non avrebbe potuto fare altro visto che il cibo arrivava dall’alto, sempre quando fuori era quasi buio, e mai piu’ di tanto; si era abituato a nuotare verso su all’ora giusta ed aprire la bocca.
Ne arrivava, se faceva cosi’, l’aveva notato, quindi si sbrigava a nuotare ogni sera alla stessa ora, a bocca spalancata.
Vedeva sempre un tipo che lo chiamava e sorrideva, controllava che nella vaschetta fosse tutto a posto, la metteva vicino alla finestra, ogni tanto cambiava l’acqua e poi continuava a muoversi molto per la stanza, almeno cosi’ pareva a Luis.
Amava l’acqua pulita e si era affezionato a quel tipo, glielo avrebbe voluto dire.
Li’ dentro, c’erano alghette su cui si poteva grattare e anche nascondere lento, mentre pensava ai suoi fratelli e ai genitori, sforzandosi di ricordare come fossero, di che colori, piu’ grandi o piu’ piccoli di lui, ma quasi nulla gli tornava mai in mente.
Vivere solo aveva cancellato le immagini.
O forse era quel cibo?
Comunque, non si sentiva mai triste ne’ troppo allegro, piuttosto annoiato, a stare zitto e riempirsi la testa di domande.
Ricordava bene soltanto il colore scuro della vasca in cui era con i fratelli, chissa’ quando e dove, e il fatto che si grattassero a vicenda con gran divertimento.
Facevano anche salti fuori dall’acqua, allora, ma qui non aveva ancora provato.
Rassegnato, nuotava fuori e dentro le alghe, girava nella vasca per ore, senza capire cosa ci fosse fuori, vedendo ogni cosa confusa e molto grande.
A parte quel tipo, che gli si avvicinava spesso, da sopra, dove lui poteva vedere un po’ meglio.
Era intelligente, aveva capito come fare.
A volte pero’, c’era uno che doveva odiarli, i pesci.
Quando quello arrivava, Luis moriva di paura, a volte se l’era proprio fatta sotto, grosse ombre gli impedivano la vista, qualcosa, anzi cinque cose lunghe affilate battevano sul vetro ed erano tanto, tanto lunghe, e si muovevano senza sosta.
Non ci si era mai abituato, spesso le cose erano addirittura dieci, ai due lati della vaschetta, e la spostavano anche.
Luis detestava quei momenti, sbatteva contro le pareti e le alghe, e doveva aspettare che quelle orrende cose affilate lo posassero di nuovo sul tavolo.
Quello che lo odiava, faceva rumori assordanti, provocava tempeste nella vasca e la portava sempre in un posto piccolo e scuro, senza smettere un momento di urlare.
Era di sicuro il mostro della casa, uno squalo feroce con pinne aguzze, capace di trasportare, muovere, distruggere e di comandare su tutti.
E poi, non gli dava da mangiare.
Una volta era rimasto digiuno per chissa’ quanto e intorno alla vaschetta aveva notato solo il mostro urlatore.
L’altro, era riapparso dopo, con la luce del giorno, quando Luis era quasi svenuto dalla fame, e dalla paura.

C’erano anche momenti felici.
Ad esempio quando veniva messo davanti a una scatola colorata, che parlava, da cui, se appiccicava la bocca al vetro, poteva vedere un pesce simile a lui, forse leggermente piu’ chiaro; tanti gli volevano bene, lui nuotava spensierato, era in forma e assai allegro.
Era continuamente al centro dell’attenzione di tanti tipi che somigliavano al suo.
Anche lui guardava la scatola colorata, e l’altro pesce. Se ne stava seduto su una sedia vicino alla sua vaschetta e spesso apriva la bocca, la teneva larga e buttava la testa indietro, allegro come tutti quelli li’ dentro.
Aspettava quei momenti con impazienza, aveva capito che era sempre alla stessa ora, due o tre volte nei giorni, prima della sua cena.
Tentava di capire cosa rendesse quel pesce in scatola tanto felice…ma di chi era, quel piccolo coso rossiccio ?
Avrebbe voluto incontrarlo.
Chiedergli come aveva fatto a finire li’ e se ci fosse un posticino anche per lui.

Un giorno c’era ancora luce, e Luis rotolo’ di qua e di la’, l’acqua si muoveva come una tempesta.
Senti’ un gran baccano e si rifugio’ tra le piantine. Lo spostavano ancora.
Si fece tutto buio, all’improvviso. Ma non era ora di mangiare.
Era proprio nero, tutto intorno.
Era un fatto nuovo. La vasca sembrava chiusa da sopra.
Luis nuoto’ , apri’ la bocca. Non cambio’ nulla. Era buio.
Allora si sforzo’ di ricordare la luce.
Nulla.
Si poso’ sul fondo, senza lamentarsi, dato che non lo sapeva fare.
Capi’ che doveva esserci il mostro.
Se la fece sotto. Stava fermo, come uno scoglio.
Dopo un po’, ci fu un’ altra tempesta, subito dopo arrivo’ una luce accecante, e Luis rotolo’ varie volte, senza controllo.
Un’onda anomala sconvolse la vaschetta, lui fu trascinato e atterro’ su un fianco, su qualcosa di freddo e duro.
Inizio’ ad aprire e chiudere la bocca, istintivamente.
Aveva sbattuto la pinna grande. Sentiva dolore, la muoveva a stento.
Non vedeva molto bene, agitava la coda, senza riuscire a nuotare, pero’.
Anche le pinne andavano su e giu’ e lui non aveva controllo.
Si sentiva sempre piu’ stanco…sentiva freddo, respirava a stento.
Non capiva, vedeva tutto molto appannato, adesso, piccolo ed i rumori erano insopportabili.

– Pesce d’Aprile, stronzo! Ora Boris te lo guarderai da solo – grido’ Lorenzo a suo fratello, ridendo forte, di gusto, fissando i vetri rotti e Luis per terra, morto.

Era di nuovo tutto buio. E Luis, ormai rigido e senza fiato, smise di farsi domande.

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