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Let go Francesco

 

LASCIARE ANDARE

Let go. Naturale eppure complicato.

Finire senza bellezza, quello e’ facile.

Una serata magica, come ci piace chiamare la nostra squadra, anche se perde, fatica, sgomita e si abbatte, proprio come la citta’, accartocciata, pero’ eterna.

Una serata tiepida, il tepore che addolcisce solitudini, debiti e malanni, ti fa stringere mani sconosciute, dimenticare l’immondizia, la superficialita’, la rabbia.

Una serata data per persa, seguita solo per fedelta’, da chi il cuore lo butta spesso via e non si scuote al timore di un’ennesima delusione.

Una serata perfetta, a sorpresa.

I ragazzi, emozionati, corrono verso la curva, ora una macchia di bandiere unite che sventolano, accolti da canzoni, inni, urla confuse di bimbi, vecchi, donne e gabbiani che si posano sul campo umido e camminano come fosse una parata militare.

Corrono sudati, quei 97 minuti sono stati duecento, si tirano via le maglie bagnate e le regalano a chi ha braccia piu’ lunghe degli altri, alzando occhi e dita al cielo, mostrandoci corpi potenti, fotografati, ripresi, applauditi.

Lui non c’e’.

E’ scivolato via senza guardare, un secondo dopo il fischio dell’arbitro; ha imboccato lo stretto corridoio e giu’, sui pochi gradini che lo separano dagli spogliatoi.

Immagino abbia sentito i quarant’anni spingergli la schiena, la gioia non era merito suo, stasera, ma di una manciata di ragazzetti che ha visto crescere, a cui forse ha parlato e sorriso, ai tempi in cui per poco non lo facevano re.

Non pensava all’umido di quei gradini, allora.

Al significato di essere un uomo e basta. Deve aver sentito un attimo, fino ai piedi, come si sta a parlare soli, e rispondersi anche. Magari ridere perche’ “stai a di’ ‘na cazzata” , e menomale che stai solo.

La Signora sconfitta, poco male per lei, tanto bene per le migliaia di anime che affollavano le sedioline di plastica dura.

Lui non c’era.

Non era li’ nemmeno durante i quattro minuti e mezzo in cui e’ entrato in campo, si sara’ chiesto perche’ mai lo ha fatto, senza sfiorare palla, camminando soltanto, fissando l’erba.

Perche’ ha seguito l’ordine dell’allenatore e buttato via la dignita’ di eroe costruita in ventiquattro anni di sfide.

E’ sceso velocemente, quasi a voler sparire, farsi dimenticare, imbarazzato.

Tutti a dire “ Ma se po’ fa entra’ er capitano al recupero”- “ Ma che lo fa gioca’ a fa’, nun gliela fa’ piu, a deve fa’ finita”- “ Lo poteva fa entra’ prima, je risorveva a partita a sto scemo”.

Ognuno presidente di se’ stesso.

Nessuno li’ intorno, che abbia colto la malinconia di un gesto plateale ma discreto perche’ silenzioso, un gesto che rimbomba piu’ delle centomila voci cha ha fatto innammora’, piu’ del tepore della serata e dell’infinita bellezza di Roma.

La paura di lasciare andare.

Let go, Francesco.

Ti vogliamo bene.

 

 

 

 

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