Dagli Ottomani all’Isis (parte prima) – di Giacomo Valenza

ATTRAVERSO LA STORIA
PARTE I
La parabola di una Nazione artificiale e della sua complessa società
Per comprendere come lo Stato Islamico abbia potuto sorgere e consolidarsi in Iraq, un paese con tradizioni tutto sommato pluraliste e spiccatamente laiche sino a non pochi anni fa, è necessario ripercorre gli elementi salienti della storia del paese nell’ultimo secolo, individuando le responsabilità e le circostanze che hanno favorito soprattutto la nascita e il consolidamento del settarismo.
È infatti in questo ambito, più che in una generica lotta ai valori dell’occidente e alla sua proiezione politica in Medio Oriente, che devono essere individuati i cromosomi di uno scontro artificialmente alimentato dall’incompetenza delle potenze coloniali prima, e dagli interessi di détente della Guerra Fredda poi.
Le dinamiche storiche dell’Iraq permettono quindi di apprezzare non solo l’evoluzione della politica che ha regolato i rapporti interni ed esterni al paese, ma anche e soprattutto la trasformazione di una società transitata dal torpore dell’equilibrio politico garantito dall’Impero Ottomano ai rigori di una feroce dittatura terminata con una delle più disastrose operazioni militari mai condotte dall’Occidente.
Confermando ancora una volta, dopo quasi un secolo, come la gestione delle dinamiche politiche e sociali della regione non può e non potrà mai avvenire attraverso manifestazioni d’imperio o l’uso di una forza che non tenga conto delle particolari prerogative della società locale.
Lo Stato Islamico, in sintesi, è quindi il prodotto dell’incapacità locale ed internazionale di individuare meccanismi di coesione all’interno di società tradizionali, con ancora spiccate tendenze tribali e un forte radicamento ideologico confessionale.
È quindi necessario affrontare l’analisi dello Stato Islamico ponendosi in una posizione neutra e pronta a coglierne sfumature che vanno ben oltre il modesto limite imposto dallo stereotipo del radicalismo religioso o del fanatismo, preparandosi ad accettare una realtà che spesso si scontra con le principali metodologie interpretative applicate alla realtà sociale della regione.
Lo Stato Islamico, quindi, non è un temibile nemico militare (come emerge anche dall’esperienza di combattimento più recente contro le sue formazioni), ma rappresenta la pericolosissima risposta ad un problema grave e a tutt’oggi irrisolto nella formazione e nel consolidamento di un’identità nazionale irachena che possa finalmente superare le elementari quanto odiose barriere del settarismo e della miope visione tribale.
Dalla caduta dell’impero ottomano al partito Ba’th
La genesi dell’ISIS è in un certo qual modo intimamente connessa alla storia stessa del paese, e alla traumatica spartizione del territorio mesopotamico all’indomani del crollo dell’Impero Ottomano.
Allo scoppio della prima guerra mondiale la Gran Bretagna inviò un contingente militare in quello che è l’odierno Iraq, con l’intento di sottrarlo al controllo dell’Impero Ottomano, schieratosi al fianco della Germania nel conflitto.
La missione si rivelò ben presto tutt’altro che semplice, e la Mesopotamia Expeditionary Force al comando del generale Charles Townshend venne respinta, accerchiata e sconfitta nella cittadina di Kut Al-Amara nel 1916.
Ciononostante, la regione mesopotamica veniva segretamente spartita – insieme a buona parte del Levante e del Golfo Persico – negli accordi siglati dal britannico Mark Sykes e dal francese François Picot, il 16 novembre del 1916, determinando sulla carta un insieme geografico del tutto svincolato dalla realtà sociale del territorio, ponendo in tal modo le basi per quell’insieme di fattori che avrebbe da allora impresso una deriva critica all’intero Medio Oriente.
Gli eventi che portarono al collasso dell’Impero Ottomano transitarono attraverso la rivolta araba del 1916 guidata dallo sceicco Al-Husayn e al consolidamento di quello che sarebbe diventato il regno saudita, ma anche alla ripresa dei combattimenti in Iraq da parte degli inglesi, che nel 1917 al comando di Stanley Maude riuscirono a conquistare Bagdad.
Iniziò in tal modo a prendere forma e corpo quell’insieme territoriale che in pochi anni avrebbe assunto la connotazione di un insieme di piccoli Stati organizzati secondo le esigenze di dominio della Gran Bretagna e della Francia, amministrati per lo più da minoranze etniche o confessionali, determinando un costante stato di conflittualità sociale ed un ruolo di naturale moderazione e dominio per le potenze coloniali.
Già nell’estate del 1920 si registrò la prima rivolta sciita in Iraq, in cui si lamentava l’arbitraria decisione di porre l’amministrazione del paese nelle mani della minoranza sunnita, dando avvio al primo episodio di una lunga serie di violenze settarie.
La Gran Bretagna, ostacolata dagli Stati Uniti nell’intento di annettere l’Iraq come colonia e dovendo ripiegare sull’opzione di un protettorato, favorì l’istituzione di una monarchia nell’agosto del 1921, nominando sovrano dell’Iraq l’hascemita Faysal ibn Al-Husayn, figlio dello sceicco che capeggiò la rivolta araba.
Con l’avvento della monarchia prese avvio anche il consolidamento del ruolo delle comunità sunnite, che rappresentavano l’aristocrazia militare ed amministrativa di retaggio ottomano ma che erano minoritarie sul territorio, ancora in prevalenza a vocazione rurale.
Si andò in tal modo a delineare il quadro organico di quel dualismo settario che portò progressivamente l’Iraq in direzione di un autoritarismo di estrazione militare fortemente promosso dai quadri sunniti delle forze armate, di ispirazione pan-arabista e fortemente condizionati dopo la seconda guerra mondiale dalle dinamiche geopolitiche della Guerra Fredda.
Il consolidamento del ruolo egemonico inglese sul paese si determinò a partire dalla metà degli anni Venti, quando vennero firmate le prime concessioni petrolifere, che giustificarono anche lo stazionamento di basi militari britanniche sul suolo iracheno.
Alla morte del sovrano nel 1933, ascese al trono il figlio Ghazi dando avvio ad un turbolento periodo di instabilità politica, costruita sul ricorso al nazionalismo arabo e alla crescita del ruolo delle forze armate nella vita istituzionale del paese, che non terminò con la morte accidentale del sovrano nel 1939.
La successione si presentò subito difficoltosa, avendo l’erede al trono Faysal II appena quattro anni, rendendo necessario un mandato di reggenza nelle mani dello zio Abdullah che dovette gestire tuttavia un crescente sentimento di ostilità verso le invasive forze britanniche presenti sul territorio iracheno, complice anche lo scoppio del secondo conflitto mondiale e l’apparente opportunità di emancipazione offerta da un più intenso legame con la Germania nazista e l’Italia fascista.
Successivamente alle rocambolesche vicende del 1940-41, quando il primo ministro filo-nazista Rashid Ali Al-Kaylani aveva tentato di imporre una decisiva sterzata anti-britannica riuscendo a detronizzare il reggente con un colpo di Stato e a sostituirlo con l’emiro Sharaf, la Gran Bretagna dichiarò guerra all’Iraq inviando truppe dall’India e iniziando un conflitto che si protrasse fino al 31 maggio del 1941 quando, in seguito all’armistizio e alla fuga di Al-Kaylani, venne imposto un governo filo-britannico.
La rilevanza dell’Iraq era data, soprattutto, dalla sempre più abbondante produzione petrolifera che costituiva non solo un fattore economico primario ma anche un elemento strategico di fondamentale importanza, stante i crescenti consumi imposti dal conflitto.
La possibilità che l’Iraq – così come il vicino Iran – potesse cadere nell’orbita un sodalizio favorevole all’asse aveva allarmato non solo i britannici – che di fatto gestivano la locale produzione quasi in autonomia – ma anche gli Stati Uniti, che appoggiarono quindi la politica interventista di Londra.
Non meno traumatico fu il periodo del dopoguerra, caratterizzato nella regione da un deciso ritorno del sentimento panarabo, culminato con il conflitto del 1948 contro l’autoproclamazione dell’indipendenza dello Stato di Israele, cui l’Iraq partecipò disastrosamente insieme all’Egitto, la Siria, il Libano e la Transgiordania.
Una fase di generale ripresa dell’economia prese avvio nel 1952, con l’ascesa al trono del re Faysal II, divenuto maggiorenne, intenzionato ad avviare un processo di modernizzazione del paese che portò avanti conducendo una coraggiosa politica sia nazionale sia estera, attraverso la quale abbracciò una sempre più intensa alleanza con gli Stati Uniti e i paesi europei, anche in chiave anti-sovietica.
Tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta l’intero Medio Oriente era in grande fermento ed al tempo stesso in subbuglio, con la definizione di alleanze che portarono l’Egitto e la Siria ad unirsi nella Repubblica Araba Unita (RAU) nel 1958, poi estesa allo Yemen del Nord. L’Iraq e la Giordania risposero con una labile alleanza regionale – l’Unione Araba – mai sfociata in vera e propria fusione, e nel 1963 l’Iraq arrivò al punto di considerare una partecipazione nella RAU, modificando addirittura la propria bandiera per adeguarla a quella del sodalizio a guida egiziana.
La monarchia irachena, tuttavia, aveva cessato di esistere il 14 luglio del 1958 quando, con un colpo di stato promosso dal generale Abd Al-Karim Qassim di ispirazione fortemente anti-britannica, il sovrano e l’ex reggente vennero barbaramente assassinati, cui seguì la proclamazione della repubblica.
Una nuova svolta politica interessò l’Iraq, che abbandonò le sue posizioni filo-occidentali per avviare una sorta di non-allineamento che, tuttavia, finì ben presto per avvicinarsi alle posizioni dell’Egitto prima e dell’Unione Sovietica poi.

Il partito Ba’th
La principale sorgente dell’antagonismo politico al generale Qassim si generò in seno al partito Ba’th, una formazione politica originariamente sorta in Siria in cui erano confluiti diversi movimenti di ispirazione pan-arabista ed anti-britannica, a loro volta eredi di quella generazione politica che aveva promosso il legame con l’Asse durante la seconda guerra mondiale.
Il Partito Ba’th Arabo Socialista – nella sua denominazione originaria – era stato fondato nel 1940 in Siria da Zaki al-Arzusi, Michel Aflaq e Salah Al-Din Al-Bitar, alawita il primo, cristiano ortodosso il secondo e musulmano sunnita il terzo.
Il partito, dichiaratamente aconfessionale, era stato concepito in seno al prolifico dibattito culturale del comunismo internazionale dal quale, tuttavia, si distanziò ben presto per favorire un approccio più squisitamente nazionalista e panarabo sulla spinta dell’entusiasmo che la seconda guerra mondiale aveva generato nel contrasto sia alla Gran Bretagna che alla Francia, espressioni del colonialismo.
Le fortune del partito Ba’th iniziano negli anni Cinquanta, con la fusione nel 1952 con il Partito Socialista Arabo fondato qualche anno prima da Akram Al-Hurani, che permetterà la trasformazione del Ba’th da movimento di estrazione borghese a forza politica di massa.
A partire dai primi anni Cinquanta, il Ba’th si espanse dalla Siria all’Iraq e alla Giordania, con l’imperativo di dar vita ad un partito il cui compito primario fosse quello di promuovere l’unità araba e i valori del socialismo, nell’ambito di una sua concezione squisitamente locale che si allontanava dal marxismo, ripudiando il concetto di lotta di classe ed anzi aprendo ad una concezione dell’economia basata sulla libera iniziativa e sul ruolo dell’impresa privata, fondendo quindi in un ibrido politico di nuova concezione i principi religiosi dell’Islam e del Cristianesimo con quelli del nazionalismo arabo.
La penetrazione del Ba’th in Iraq avvenne a partire dal 1949, per iniziativa di un eterogeneo gruppo di attivisti, di estrazione alawita e sunnita.
Anche la gemmazione irachena del partito ereditò la strutturazione organica della formazione siriana, composta dalle firga (le unità più piccole, composte da un minimo di 12 aderenti), le shu’ba (le sezioni che raccoglievano più firga) e le fir (aggregazioni di shu’ba su scala provinciale). Un’organizzazione di stampo quasi militare, espressione di quel rigore associativo che caratterizzava la gran parte delle unità di estrazione socialista.
L’evoluzione della branca irachena del partito Ba’th fu alquanto lenta, potendo tuttavia crescere velocemente all’indomani del colpo di Stato promosso da Qassim che, nell’abbattere la monarchia, concesse anche il pluralismo politico favorendo la libera attività del partito Ba’th che usciva in tal modo dalla clandestinità riscuotendo un crescente consenso in seno alla società irachena.
L’antagonismo del partito Ba’th al ruolo del presidente Qassim si costruì su basi confuse, di fatto amalgamate dal solo ideale panarabista, che portarono al tentativo di assassinio del presidente nel 1959 e ad una dura fase di repressione in conseguenza della quale molti degli aderenti furono arrestati o costretti alla fuga in Siria e Giordania.
La nuova fase di clandestinità portò ad un sodalizio tra il partito Ba’th e i vertici delle forze armate, che sempre più condividevano il timore per la crescita delle formazioni comuniste, appoggiando in tal modo l’ideale panarabista e nazionalista.
Nel 1963 il partito Ba’th e i militari riuscirono ad organizzare un nuovo colpo di Stato, che questa volta riuscì, provocando la morte di Qassim e di molti ufficiali ritenuti fedeli all’ex presidente o simpatizzanti del partito comunista.
Il nuovo contesto politico fu tuttavia caratterizzato da continue violenze e ambizioni personali di un gran numero di esponenti del partito e delle forze armate, determinando l’ingovernabilità di fatto del paese e provocando la progressiva disgregazione del Ba’th come partito transnazionale.
Emerse in questo contesto la figura del colonnello Mundhir Al-Wandawi, che nel 1963 si impadronì di fatto della componente irachena del partito, provocando la definitiva scissione dalla componente originaria siriana e costituendo una nuova entità esclusivamente irachena, di stampo autoritario.
Con la nascita del nuovo partito Ba’th iracheno e l’ascesa di Al-Wandawi mutano radicalmente gli equilibri interni al partito che sino a quel momento si era mantenutostrenuamente in una collocazione del tutto aconfessionale. Prima del 1963, sebbene il dato non avesse pressoché alcuna rilevanza nella gestione delle linee strategiche del partito, i musulmani sunniti costituivano quasi il 49% dei membri, mentre gli sciiti erano poco più del 23%, i drusi il 7% e i cristiani il 17%. Dal 1963 in poi, invece, la rilevanza della componente sunnita all’interno del Ba’th crebbe velocemente, trasformandosi in breve tempo in maggioritaria, sino a raggiungere il valore dell’85%.
Il partito Ba’th diventò quindi uno strumento di potere di fatto in mano alla sola componente sunnita, minoritaria demograficamente nel paese ma sin dagli anni Venti collocata al vertice del sistema istituzionale del paese. In tal modo l’elemento confessionale tornò a giocare un ruolo preminente nella dinamica politica irachena, alimentando un settarismo poi esploso nel 2003 con la caduta di Saddam Hussein.
Un rapido colpo di Stato si consumò nuovamente, nel 1968, con l’ascesa di un gruppo di ufficiali di ispirazione nasseriana guidati dal generale Abd Al-Asalm Arif, abbattuto ancora una volta dal partito Ba’th il 17 luglio dello stesso anno, con un sodalizio politico cui partecipò anche la locale struttura della Fratellanza Musulmana e una componente curda, portando al potere il presidente Ahmed Hassan Al-Bakr.
Al-Bakr, originario della città di Tikrit, riuscì nell’intento di trasformare in chiave ancora più esclusiva il ruolo del Ba’th, verticalizzando la catena di comando ed imponendo un nucleo di controllo di fatto familiare e tribale all’interno del partito, in cui progressivamente emerse e spiccò la figura del cugino, Saddam Hussein.
Saddam Hussein
La figura di Saddam è molto importante nella genesi dell’ISIS. Fu Saddam, infatti, a gestire a partire dal 1964 – su incarico del cugino Al-Bakr – il rapporto con le frange di ispirazione confessionale del partito, concedendo qualche riconoscimento al ruolo della religione nella Costituzione e nell’impianto normativo del paese, ma anche finanziando organizzazioni religiose sunnite costituite come baluardo al dominante ruolo di una società a maggioranza sciita.
Ed è all’interno di queste organizzazioni, sostenute o semplicemente tollerate, che ritroviamo infatti la matrice di quello che sarà poi il contesto in cui sorgerà e fiorirà il Daesh, come ad esempio nel caso della setta sufi della Naqshbandiyya.
Saddam Hussein nacque ad Al-Awja, nelle vicinanze di Tikrit, il 28 aprile del 1937, in una famiglia di umili origini dedita all’allevamento del bestiame. Aderì giovane al partito Ba’th, nel quale militò sin dai tempi della presidenza Qassim, al cui tentativo di omicidio del 1958 si suppone abbia partecipato, dovendo poi riparare all’estero, in Siria. Lì Saddam entrò in contatto con Michael Aflaq, grazie al quale diventò non solo un membro effettivo del partito, ma acquisì anche una sempre più elevata posizione gerarchica.
Saddam Hussein si spostò poi in Egitto nel 1959, dove visse fino al 1963, simpatizzando per il nazionalismo arabo di Nasser e maturando la propria coscienza politica e rientrando nel 1964 in Iraq, dove venne tuttavia arrestato per ordine del presidente Abdul Rahman Arif che ne temeva giustamente il potenziale.
Fuggito di prigione e ricongiuntosi con le locali cellule del partito Ba’th, Saddam iniziò una rapida carriera scalando i ranghi dell’organizzazione e venendo nominato, da Ahmed Hassan Al-Bakr, Segretario Generale del Comando Regionale, assumendo in tal modo un ruolo rilevante nel colpo di Stato del 1968 che depose Arif e impose Al-Bakr come nuovo presidente dell’Iraq e che a sua volta nominò Saddam come suo vice.
Un altro elemento per la comprensione della storia del Daesh è connesso proprio al ruolo di Saddam Hussein, in questa fase, cui fu dato incarico di creare il primo servizio di intelligence del paese e l’apparato delle forze scelte che successivamente prenderà il nome di Guardia Repubblicana. Due strutture che giocheranno un ruolo fondamentale nella creazione dei movimenti che si opporranno all’occupazione americana prima, e che andranno in parte a costituire il Daesh poi.
Il controllo delle forze più qualificate dell’apparato di sicurezza nazionale garantirà da quel momento a Saddam una straordinaria forza politica e militare, che gli consentirà di accrescere il proprio ruolo politico enormemente, arrivando a controllare e determinare le scelte di politica economica del paese e a beneficiare in prima persona dei crescenti profitti generati dall’industria del petrolio (nazionalizzata nel 1972).
Saddam Hussein promosse tuttavia anche una coraggiosa politica sociale che favorì la decisa crescita dell’alfabetizzazione e dell’istruzione, modernizzando un paese rimasto di fatto paralizzato dalle molteplici vicissitudini politiche che si erano susseguita dalla fine della seconda guerra mondiale.
Dal 1973 nominato Vice Presidente, pur non avendo mai fatto parte delle Forze Armate, Saddam fortificò il ruolo delle forze armate, gratificò i reparti scelti e l’intelligence e promosse una consistente campagna autocelebrativa in larga misura costruita sui progressi nel campo dell’economia e delle infrastrutture, venendo gradualmente percepito come un innovatore e un modernizzatore.
L’industria del petrolio divenne lo strumento principale della crescita politica e dell’affermazione personale di Saddam Hussein, grazie anche alla vertiginosa crescita dei prezzi del 1973, in quello che passò alla storia come lo “shock petrolifero” (1).
Lo sviluppo economico promosso da Saddam Hussein permise di definire politiche di promozione dei servizi sociali e di crescita che mai erano state sperimentate prima di allora nel paese, contribuendo ulteriormente ad accrescere la fama di Saddam come politico avveduto e capace.

1) La crisi petrolifera del 1973 derivò dall’improvvisa diminuzione dei flussi petroliferi garantiti dall’OPEC (l’organizzazione dei paesi produttori, che all’epoca rappresentava oltre il 60% della produzione mondiale), in conseguenza di una crisi politica consumatosi con i paesi occidentali all’indomani della guerra dello Yom Kippur, quando l’Egitto e la Siria cercarono di invadere Israele. Quando, dopo sole tre settimane, fu chiaro che la guerra era perduta per gli attaccanti, i paesi arabi – che il conflitto avevano sostenuto quasi unanimemente – adottarono una strategia punitiva contro il paesi occidentali – sostenitori di Israele – riducendo le esportazioni del 25% e provocando un aumento dei prezzi vertiginoso. Gli Stati Uniti e l’Olanda subirono un blocco totale delle esportazioni di petrolio fino al 1975, determinando complessivamente una crisi energetica che rallentò la produzione industriale e scatenò una crisi senza precedenti nelle economie dell’intero pianeta. Quello che passò alla storia come lo “shock petrolifero” fu tuttavia un boomerang per i paesi produttori. La gran parte dei paesi occidentali, infatti, investì ingenti capitali per l’esplorazione e la produzione di petrolio sul proprio territorio e in aree diverse dal Medio Oriente, favorendo in tal modo un vertiginoso aumento della produzione nel corso degli anni successivi nel continente americano, in Africa e nella stessa Europa, determinando non solo un crollo dei prezzi ma anche la fine dell’OPEC quale dominus delle politiche petrolifere mondiali. L’organizzazione dei produttori, a partire dai primi anni Ottanta, si trovò a transitare nel ruolo di “moderatore” del mercato petrolifero, adottando costanti politiche di tagli produttivi (le cosiddette quote) per calmierare il mercato e mantenere i prezzi [segue] [continua] entro “forbici” di prezzo accettabili per le economie della regione. Una sconfitta totale, in sintesi, che non solo determinò la fine del monopolio energetico mediorientale, ma diede anche un poderoso impulso allo sviluppo delle energie alternative e soprattutto alle tecnologie per lo sfruttamento delle energie rinnovabili, facendo lentamente avviare il mercato energetico verso una fase di transizione – ancora in atto – di sostituzione del petrolio con altre sorgenti di energia, fossili e non.
Il sistema educativo nazionale impose l’obbligatorietà delle scuole primarie, abbattendo drasticamente i valori dell’analfabetismo e promuovendo lo sviluppo delle scuole e delle università nazionali, che iniziarono in tal modo a generare un sempre più consistente numero di figure professionali qualificate sia nei settori tecnici che in quelli sanitari e dello sviluppo, permettendo in breve tempo un salto qualitativo senza precedenti del sistema sanitario nazionale, di quello dell’assistenza sociale e dell’apparato pubblico.
Parimenti venne potenziato il ruolo e la capacità operativa delle forze armate, determinando una sorta di “casta” militare fedele al presidente e alle istituzioni e a queste legata dall’interesse della continuità e della crescita. Un sodalizio che resisterà a lungo e che costituirà anch’esso un elemento di fondamentale importanza nella successiva creazione del Daesh.
L’Iraq degli anni Settanta era quindi un enorme cantiere, grazie alla capacità di investire i proventi petroliferi in una enorme progettualità pubblica che aveva in poco tempo mutato la fisionomia del paese, facendo rapidamente transitare in direzione della modernità e dello sviluppo grazie all’avveduta politica economica delle istituzioni del governo Al-Bakr, di cui Saddam si dimostrava il più solerte esecutore.
Il prezzo dello sviluppo, tuttavia, veniva pagato con una progressiva svolta autoritaria del sistema politico che trasformava sé stesso in vera e propria dittatura autoritaria, severa ed austera nei confronti di ogni forma di opposizione, dove il dissenso venne progressivamente silenziato a favore di una corale quanto sempre meno spontanea forma di celebrazione per il governo ed il partito.
I primi a fare le spese di questo crescente clima di autoritarismo furono i curdi, le cui aspirazioni autonomistiche vennero sistematicamente e progressivamente frustrate, soprattutto in conseguenza dell’incremento delle attività produttive dell’industria petrolifera nell’area di Kirkuk. Parimenti repressiva fu la politica di gestione delle istanze della comunità sciita, progressivamente soffocate all’interno del nazionalismo iracheno e dell’indirizzo centrale settario dettato dalla minoranza sunnita.
Nel 1972 l’Iraq firmò un Trattato di Amicizia e Cooperazione con l’Unione Sovietica, entrando progressivamente nell’orbita dell’alleanza con Mosca, soprattutto in conseguenza del contestuale e sempre maggiore sviluppo di un sentimento filo-americano del vicino Iran, che, sotto la guida dello Scià Mohammad Reza Pahlevi, aveva intrapreso anch’esso un poderoso programma di modernizzazione e di potenziamento delle forze armate. L’Iraq e l’Iran sembrarono in quel momento riuscire anche a comporre la lungamente trascinata diatriba per la definizione del limite territoriale lungo il corso dello Shatt e-Arab, il canale che divide a sud i due paesi, firmando nel 1975 l’Accordo di Algeri che sembrava mettere la parola fine al problema.
L’anno successivo, nel 1976, Saddam Hussein venne nominato generale delle forze armate, completando in questo modo il processo di crescita politica che lo aveva portato in un decennio ad essere non solo l’erede naturale di Al-Bakr ma anche e soprattutto l’uomo più in vista dell’intero apparato governativo.
Le condizioni di salute del presidente Al-Bakr peggiorarono significativamente nella seconda metà degli anni Settanta, in conseguenza dell’età e del precario quadro clinico complessivo, favorendo in tal modo una graduale e sempre più completa crescita del ruolo di Saddam, che dal 1976 in poi sarà di fatto il vero leader politico nazionale.
L’effettiva transizione avvenne il 16 luglio del 1979, quando Al-Bakr si dimise trasferendo l’incarico a Saddam Hussein, in quella che fu percepita come una serena e del tutto volontaria e spontanea transizione.
Al contrario, invece, il processo di sostituzione era stato accelerato da Saddam per impedire il completamento del progetto politico voluto da Al-Bakr e relativo alla definizione di una fusione tra l’Iraq e la Siria, in conseguenza della quale Hafez al-Asad avrebbe assunto la carica di vice-presidente, mettendo seriamente a repentaglio le ambizioni di Saddam Hussein.
Non appena nominato presidente, Saddam epurò 68 esponenti del partito Ba’th, successivamente fucilandone 22, con l’accusa di tradimento. In questo modo rimosse immediatamente ogni residua traccia di sostegno al precedente presidente, costruendo da quel momento un ruolo del tutto personale al vertice del partito e del paese.
Intimorito dalla rivoluzione islamica che pochi mesi prima aveva deposto lo Scià in Iran, minacciando di esportare la rivoluzione nell’intera regione, Saddam Hussein intraprese una feroce campagna di repressione contro tutte quelle forze che – potenzialmente o concretamente – potevano minacciare il suo ruolo e quello del dominio del partito Ba’th. Ne fecero le spese soprattutto le minoranza curde e le organizzazioni di stampo sciita che, accusate di complottare al fianco dell’Iran, vennero sistematicamente vessate.
Le tre guerre di Saddam: Iran-Iraq, Kuwait e guerra del Golfo, l’invasione americana
Mentre sotto la guida Al-Bakr l’Iraq aveva intrapreso il cammino della modernizzazione e dello sviluppo, facendo registrare oltre un decennio di relativa pace e di stabilità per il paese, la nomina a presidente di Saddam Hussein provocò il rapido collasso di questa strategia.
Nel 1980, subdolamente spinto dalla gran parte delle monarchie del Golfo e dagli stessi Stati Uniti, accettò di dichiarare guerra all’Iran convinto di una rapida vittoria e di una remunerativa gestione della pace con lo storico nemico iraniano.
La guerra prese sin da subito una piega ben diversa dalle aspettative, e quello che nelle valutazioni dei militari avrebbe dovuto essere un paese in ginocchio, piegato da una sanguinosa rivoluzione e provato dalla mancanza di aiuti internazionali, si rivelò invece un osso duro. L’Iran non solo resistette all’attacco iracheno, ma nel giro di due anni riuscì a contrattaccare penetrando profondamente in territorio iracheno.
Quella che per l’Iran divenne una sorta di guerra santa per consolidare il ruolo della rivoluzione e della sua leadership, per l’Iraq fu al contrario una disastrosa avventura militare alla quale non si riuscì a mettere fine prima del 1988 per l’intransigenza della Guida Suprema dell’Iran Ruollah Khomeini, che non intendeva concedere alcuno spazio negoziale all’Iraq, ormai in profonda crisi.
Fu l’ONU a ristabilire la pace e determinare la cessione di ostilità che provocarono circa un milione di vittime sui due fronti, annullando ogni progresso ottenuto dai due paesi nei vent’anni precedenti e gettando l’Iraq di Saddam Hussein in una crisi economica dalla quale non si sarebbe mai più risollevato.
Oberato dai debiti contratti con le monarchie arabe durante il conflitto – le stesse che lo avevano spinto in direzione di quella che appariva una facile operazione militare contro un nemico debole e provato dalla rivoluzione – Saddam Hussein entrò in una dinamica di progressiva crisi con i suoi ex alleati, soprattutto quando alcuni di questi iniziarono pressantemente a richiedere la restituzione delle somme erogate all’Iraq durante la guerra.
Il Kuwait si rifiutò di concedere all’Iraq una dilazione per la restituzione dei 30 miliardi di dollari erogati dallo stesso, anche in sede OPEC, dove rifiutò la proposta di Bagdad di operare tagli alla produzione per aumentare il costo del petrolio.
Ne derivò una crisi politica senza precedenti, nell’ambito della quale Saddam Hussein piùvolte fece riferimento alla storica subordinazione del Kuwait all’Iraq durante il periodo dell’impero Ottomano, minacciando il paese e dando spazio ai nazionalisti che da sempre avevano sostenuto l’esigenza di annettere il Kuwait come la 19a provincia.
Si innescò quindi una spirale di crisi, alimentata anche dalla denuncia irachena di una alquanto improbabile produzione petrolifera del Kuwait su giacimenti iracheni, che portò Saddam Hussein ad ordinarne l’invasione, il 2 agosto del 1990, con una fulminea azione che travolse in poche ore le blande resistenze del paese.
La comunità internazionale si schierò nettamente a favore del Kuwait e contro l’Iraq, dando un ultimatum a Saddam Hussein per il ritiro delle proprie forze militari. Ancora una volta, tuttavia, Saddam sottovalutò le intenzioni dell’avversario, ritenendo presente un margine negoziale che invece non venne in alcun modo concesso, e subendo il 16 gennaio successivo il poderoso attacco di una coalizione internazionale che in breve tempo sconfisse gli iracheni in Kuwait, senza tuttavia minacciare il ruolo di Saddam Hussein in Iraq.
I dieci anni che seguirono furono caratterizzati dall’embargo e dalla profonda crisi economica del paese, aggravata da una sempre più autoritaria concezione del potere da parte di Saddam Hussein, che non esitò ad impiegare nuovamente la forza contro tutte quelle minacce percepite all’interno del paese.
Nel 1991, subito dopo la sconfitta in Kuwait, soppresse nel sangue la rivolta sciita nel sud del paese, ed altrettanta violenza venne impiegata nei confronti dei curdi che manifestavano ambizioni indipendentiste. Gli anni Novanta furono testimoni di una profonda frattura tra la comunità sciita e quella sunnita del paese, con la progressiva radicalizzazione del ruolo autoritario del governo e la creazione di apparati paramilitari di chiara estrazione confessionale. Un altro fattore di grande importanza per comprendere il successivo sviluppo del Daesh e il consolidamento del suo ruolo.
Più volte la comunità internazionale intervenne in Iraq a protezione delle no-fly-zone imposte dalle Nazioni Unite, provocando ulteriore distruzione e miseria in un paese ormai allo sfascio e governato con una brutalità senza precedenti da Saddam Hussein e dalla sempre più ristretta cerchia di fedelissimi che lo seguì fino alla fine.
Successivamente ai noti fatti dell’11 settembre del 2001, l’Iraq entrò nuovamente nella spirale di una crisi con gli Stati Uniti, che, nella spasmodica ricerca di un nemico visibile e concreto cui addebitare le responsabilità – morali, più che materiali – dell’attacco dell’11 settembre, finirono per trasformare nuovamente l’Iraq in un obiettivo della politica militare statunitense.
Accusato di detenere e produrre armi di distruzione di massa – con accuse rivelatesi poi del tutto infondate, e che generarono comunque un profondo dissenso in seno alla comunità internazionale – l’Iraq venne nuovamente attaccato e invaso il 20 marzo del 2003, venendo definitivamente conquistato in meno di tre settimane.
Saddam Hussein si rese irreperibile, l’esercito venne dissolto e sembrò aprirsi a quel punto una nuova fase per il martoriato paese, che ben presto ripiombò tuttavia in una nuova e ben peggiore fase di conflittualità.
Il 13 dicembre del 2003 Saddam Hussein venne catturato vicino a Tikrit, consegnato alle nuove autorità politiche del paese, processato ed infine giustiziato il 30 dicembre del 2006.

L’Iraq post ba’thista dal 2003 ad oggi
L’ultimo elemento storico di interesse per comprendere il fenomeno jihadista connesso all’ascesa del Daesh è certamente da individuarsi nella più recente evoluzione storica del paese, successivamente all’intervento della coalizione a guida americana che nel 2003 pone fine al governo di Saddam Hussein.
L’intera operazione militare del 2003 in Iraq è stata oggetto di pesanti critiche a livello internazionale, soprattutto per l’appurata ed ormai certa consapevolezza dell’assenza di armi di distruzione di massa nelle mani del regime iracheno alla data dell’invasione.
La decisione di invadere l’Iraq è stata il prodotto di una complessa fase politica negli Stati Uniti, costruita sulla necessità di offrire all’opinione pubblica americana una politica di intervento chiara e decisa, che si è tuttavia dovuta misurare con l’impossibilità di adottare una strategia di confronto tradizionale e simmetrica contro una tipologia di minaccia così impalpabile e sfuggente come quella rappresentata dal terrorismo.
L’operazione militare condotta in Afghanistan per colpire Al Qaeda e il regime dei Talebani, che aveva dato ospitalità a Osama Bin Laden e alla sua organizzazione, era stata condotta in modo fulmineo ed efficace, senza tuttavia portare alla cattura del leader terroristico più ricercato del pianeta, dando impulso a quella continuità e indeterminatezza della cosiddetta “guerra al terrorismo” che avrebbe non solo trasformato l’operazione in Afghanistan in un conflitto vero e proprio, ma esteso la portata dell’intervento anche all’Iraq.
In sintesi, le motivazioni che spinsero l’amministrazione statunitense ad attaccare l’Iraq, pur nella consapevolezza che non sarebbero state trovate armi di distruzione di massa (2), sono da individuarsi nella ricerca di un’operatività militare che potesse ingenerare nell’opinione pubblica americana la sensazione di una effettiva, efficace e capace di risposta dell’apparato militare e di intelligence ai tragici fatti dell’11 settembre del 2001.
Saddam Hussein, che da oltre dieci anni rappresentava la principale sorgente di instabilità regionale nel Golfo, si trovò quindi a pagare il prezzo di una lotta al terrorismo con la quale il suo regime aveva effettivamente ben poco a che spartire, diventando l’obiettivo di una rovinosa missione tutt’ora in atto.
Il principale errore strategico commesso dagli Stati Uniti nella condotta della guerra all’Iraq è stato certamente quello di voler dissolvere l’intero apparato istituzionale, incluse le forze armate, azzerando di fatto in un sol colpo non solo l’intera expertise amministrativa e della sicurezza del paese, ma anche e soprattutto provocando il collasso economico della comunità sunnita – che costituiva l’ossatura del sistema pubblico iracheno – ed esponendola contestualmente alle vendette della maggioranza sciita.
Alla caduta del regime venne quindi disciolto e bandito il partito Ba’th, che entrò ben presto in clandestinità insieme a numerosi esponenti delle ex forze armate – e soprattutto della ex Guardia Repubblicana – anch’esse disciolte dalle forze americane e ricostituite solo in una fase successiva.
L’amministrazione dello Stato venne posta provvisoriamente sotto il controllo degli americani, e presieduta da una figura politica irachena, Ahmed Chalabi.

2) Come evidente dalla documentazione della Commissione di inchiesta che indagò sul conflitto e le sue cause, vedasi al rapporto disponibile su https://9-11commission.gov/report/911Report.pdf
L’esperienza politica dell’amministrazione provvisoria e del governo Cahalabi fu disastrosa, fallendo sistematicamente in ogni tentativo di riconciliazione nazionale, favorendo quindi la creazione di un nuovo governo iracheno cui si giunse dopo le elezioni del gennaio del 2005, da cui scaturirono la nuova costituzione e le elezioni parlamentari del successivo dicembre.
Il governo del paese, ormai saldamente nelle mani della maggioranza sciita, iniziò a pregiudicare i diritti e le prerogative economico-sociali della comunità sunnita, all’interno della quale si formarono numerose organizzazioni terroristiche (di resistenza, nella narrativa sunnita) che iniziarono a colpire violentemente le istituzioni e le forze di occupazione militare.
Molte di queste organizzazioni erano composte inizialmente da ex appartenenti al partito Ba’th e alla Guardia Repubblicana, disponendo quindi di vasti arsenali occultati prima della caduta del regime e di uomini ben addestrati e motivati.
La guerriglia e il terrorismo colpirono soprattutto la capitale, le forze della coalizione militare internazionale e le regioni abitate prevalentemente dalle comunità sciite, innescando un meccanismo di violenza che crebbe esponenzialmente e finì per attrarre in Iraq un sempre maggiore numero di combattenti stranieri, ideologicamente motivati ed attratti dal modello jihadista di Al Qaeda.
Abu Musab Al Zarqawi divenne in breve tempo il leader iracheno della locale gemmazione di Al Qaeda, operando progressivamente in sempre più stretto contatto anche con tutte quelle organizzazioni jihadiste di espressione ba’athista ed ex militare, con cui si generò una sinergia tremendamente pericolosa che consentì un’escalation violentissima del conflitto.
La sinergia tra le due formazioni, provenienti da posizioni ideologicamente molto diverse tra loro, consentì di combinare elementi logistici e tecnico-operativi sino ad allora impensabili nel confronto con le forze di internazionali di occupazione e quelle locali del nuovo governo, manifestando una capacità operativa del tutto nuova ed altamente preoccupante per la comunità internazionale.
La simbiosi transitò anche per una precisa e dettagliatamente studiata formula di comunicazione, impostata sulla concezione più antiquata e radicale dell’islamismo, nella ricerca di una narrativa locale che potesse richiamare senza ambiguità il primordiale confronto tra sunniti e sciiti, nell’ottica di un’affermazione ideologica e militare mai sperimentata prima in Iraq.
L’Iraq divenne al tempo stesso il crocevia di tutti i jihadisti internazionali, andando ad ingrossare le fila di una sterminata serie di organizzazioni di piccole e grandi dimensioni, che nello scontro settario con gli sciiti e in quello ideologico con gli occidentali plasmarono la propria nuova identità e legittimarono le nuove catene di comando di un jihadismo che era ormai solo nominalmente espresso dalla tradizionale linea di comando presieduta da Osama Bin Laden.
La spettacolarizzazione del terrorismo divenne in tal modo il principale elemento distintivo della nuova e più cruenta fase dello scontro in Iraq, con rapimenti ed esecuzioni di ostaggi ispirati alla più retrograda interpretazione della sharia e ad uso e consumo soprattutto dei sempre più numerosi media presenti sul territorio, pronti a diffondere ed amplificare la brutalità del jihadismo.
La compresenza di gruppi locali e formazioni internazionali portò ad una graduale trasformazione delle unità terroristiche, che sopravvissero all’eliminazione di Al Zarqawi il 7 giugno del 2006 articolandosi poi in gruppi di diversa natura e composizione, con obiettivi che sempre più si spingevano al di fuori dei confini dell’Iraq.
L’originale fenomeno dell’insorgenza, in cui erano confluiti un buon numero di ex militari e membri del disciolto partito Ba’th, si trasformò quindi lentamente dando vita ad un insieme di formazioni spesso estremamente eterogenee e con obiettivi molto diversi tra loro.
Mentre l’insorgenza originale continuava a concentrarsi sul ruolo e sul territorio della comunità sunnita, soprattutto nell’area che sarà conosciuta come il Triangolo Sunnita (dalla forma dell’area compresa tra le città di Tikrit, Ramadi e Bagdad), il jihadismo di matrice internazionale punterà su una maggiore mobilità regionale, partecipando a diversi conflitti e cercando di mantenere vivo lo spirito transnazionale dell’originale formazione di Al Qaeda.
La violenza crebbe esponenzialmente a partire dal 2006, colpendo non solo le forze della coalizione internazionale e quelle del risorto governo iracheno ma rivolgendosi sempre più a danno della popolazione di confessione sciita, colpendo indiscriminatamente luoghi di culto, aree residenziali e centri urbani, in un crescendo di violenza e terrore che spinse gran parte della comunità internazionale – e poi anche gli stessi Stati Uniti – a lasciare il territorio dell’Iraq dopo un sommario trasferimento dei poteri alle debolissime nuove autorità locali.
Un ultimo, ma non certo meno significativo, elemento per comprendere le radici del fenomeno jihadista che portarono al consolidamento del Daesh, è senza dubbio quello della radicalizzazione del settarismo politico.
Con l’elezione nel maggio del 2006 di Nuri Al-Maliki alla carica di Primo Ministro, la deriva settaria crebbe esponenzialmente in una sorta di vendetta postuma per l’operato violento di Saddam Hussein negli oltre vent’anni del suo brutale regime. La componente politica sciita di governo incrementò con sistematica tenacia e violenza la propria azione nella provincia dell’Anbar e più in generale nel cosiddetto Triangolo Sunnita, elevando a tal punto il livello della conflittualità da provocare un profondo risentimento anche nell’ambito di quelle comunità che avevano sino ad allora sempre cooperato con le autorità centrali di Bagdad.
Il risultato di questa politica settaria, spregiudicata e inutile fu quello di generare un’ondata senza precedenti di attentati terroristici, trasformando in tal modo la crisi irachena in una vera e propria guerra civile, dove il tributo di sangue maggiore fu come sempre corrisposto dalle comunità della locale società civile.
Il vero e principale problema alimentato da questa insensata politica repressiva fu tuttavia quello di favorire una nuova coesione tra formazioni della galassia jihadista, dando vita a quelle strutture che dopo poco si raccolsero sotto la bandiera dello Stato Islamico, nell’ottica di un consolidamento del potere sunnita e della determinazione di una autonomia statuale rispetto a quella del governo centrale a guida sciita.
Una débâcle, per l’Iraq, che in breve tempo non solo ripiombò nella più selvaggia delle violenze, ma che subì anche la perdita di ampie zone del territorio ad opera del nuovo sedicente Califfato.
La gestione del disastro militare e politico dell’Iraq entrò in una nuova fase – tutt’ora in corso – con l’elezione del Primo Ministro Haider Al-Abadi nel settembre del 2014, che ereditò il collasso dell’operatività militare e la perdita dei territori conquistati dall’ISIS, dovendo ricostruire una strategia cooperativa ed una sorta di piano di coesione nazionale per lanciare solo due anni dopo un’offensiva per la riconquista del paese.
Al-Abadi, certamente più accorto e cauto del suo predecessore, subentrò nell’incarico tuttavia in una fase di profonda demoralizzazione delle forze armate nazionali, dovendo al tempo stesso gestire l’irruenza e spesso l’arroganza delle non poche milizie paramilitari sciite nel frattempo auto-costituitesi e in breve tempo divenute il principale e più efficace strumento militare nazionale.
La presenza e il ruolo delle milizie sciite, per quanto indispensabili nella condotta della lotta allo Stato Islamico, ripropongono tuttavia per Al-Abadi ancora una volta il rischio di una deriva settaria, imponendo una moderazione ed una diplomazia politica costruita sul filo del rasoio e sempre a rischio di precipitare nel confronto tra le due principali comunità confessionali del paese.

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