Dagli Ottomani all’Isis (seconda parte) – di Giacomo Valenza

PARTE II
La genesi dello Stato Islamico
La storia dello Stato Islamico è costruita sulla travagliata transizione di potere dall’autoritarismo del partito Ba’th al successivo governo dell’Iraq esercitato dalla maggioranza sciita del paese, che ha inutilmente sprecato l’occasione della coesione nazionale.
Una dolorosa transizione che ha portato la comunità sunnita del paese, che oggi rappresenta poco più del 40% della popolazione, se non a sostenere certamente a non avversare la nascita e lo sviluppo di organizzazioni jihadiste di matrice ultra-radicale, resesi poi autonome dalla rete di Al Qaeda ed autoproclamatesi Califfato.
Una dolorosissima parentesi che sembra solo adesso chiudersi, lasciando tuttavia irrisolti i nodi della convivenza civile e pacifica tra le due comunità confessionali, ed imponendo la ricerca di soluzioni urgenti e condivise non solo sul piano della comunità internazionale ma soprattutto su quello nazionale.
Per comprendere dinamiche storiche e politiche dello Stato Islamico è quindi necessario ripercorrere la storia e l’evoluzione dell’islamismo sunnita in Iraq, la nascita e il consolidamento del jihadismo e il consolidamento di quelle forze che si sono progressivamente radicalizzate dando vita ad una gemmazione di Al Qaeda prima, e ad una nuova quanto improbabile rivitalizzazione del Califfato poi.
Un percorso non lineare e non facilmente comprensibile se non contestualmente al particolare ed unico sviluppo della politica e della società irachena, di cui il Daesh è piena ed esclusiva espressione.
L’islamismo sunnita in Iraq
La principale componente dell’islamismo sunnita iracheno è sempre stata quella rappresentata dalla Fratellanza Musulmana (al-Ikhwan al-Muslimun), sorta nel paese nel 1948 grazie al ruolo della Società per la Salvezza della Palestina e largamente influenzata dall’organizzazione madre egiziana.
La Fratellanza combinava in tal modo la causa palestinese con il problema dell’unità araba di espressione musulmana, riconducendo la radice di tutti i problemi della regione ad una diffusa devianza dal rispetto dei valori tradizionali islamici.
Il principale nemico della Fratellanza Musulmana – in Iraq come in buona parte dell’intero Medio Oriente – era l’ideologia marxista e la diffusione dei partiti comunisti che dopo la fine della seconda guerra mondiale proliferavano e si moltiplicavano all’interno del mondo arabo e islamico.
Il periodo di relativo pluralismo politico che dalla fine degli anni Quaranta caratterizzò l’Iraq – fino alla presa del potere da parte di Qassem nel 1958 – permise la nascita e il consolidamento di una locale filiazione della Fratellanza Musulmana in Iraq nel 1951, che ben presto divenne il principale elemento politico e sociale della comunità sunnita.
È grazie alla Fratellanza che il sistema scolastico iracheno si sviluppa e progredisce sino a diventare uno dei più avanzati del Medio Oriente, attraverso l’approccio costruttivo e moderato della visione sociale dell’Ikhwan, che rifiuta nettamente il settarismo tra le quattro principali scuole dell’Islam ma che al tempo stesso combatte l’occidentalizzazione dei costumi e la diffusione del marxismo e del nazionalismo.
Il manifesto della Fratellanza Musulmana irachena – non dissimile da quello della componente madre e delle altre gemmazioni regionali è certamente innovativo per l’epoca in cui viene proposto. Pluralismo religioso e politico, rappresentatività, distribuzione delle terre, diritto al lavoro per le donne, rappresentanze sindacali e promozione della cittadinanza comune come elemento identitario costituiscono la parte principale di un modello aggregativo politico e sociale che cerca di emergere da un passato fatto di conflittie dominazione straniera, nell’ottica di un sodalizio religioso a carattere trasversale e globale (3).
Con il colpo di stato del 1968 e il consolidamento del ruolo del partito Ba’th, la Fratellanza Musulmana irachena è costretta all’esilio, ricostituendosi come partito solo nel 1991 in Gran Bretagna con il nome di Partito Islamico Iracheno.
Il partito continuò a promuovere i valori della tradizionale piattaforma politica pur restando in esilio, ritenendo che Saddam Hussein potesse essere in breve tempo sollevato da un colpo di stato o da un’azione militare guidata dagli Stati Uniti. Eventualità che si materializzò tuttavia solo dodici anni più tardi, con l’operazione militare che portò gli Stati Uniti a rovesciare il regime di Saddam, gettando tuttavia al tempo stesso il paese nel caos piùprofondo, dopo la dissoluzione delle forze armate e dell’apparato statale.
A partire dal 1991, tuttavia, dopo la cocente sconfitta militare in Kuwait e l’isolamento internazionale, Saddam Hussein abbracciò ipocritamente la religione islamica trasformandola in uno strumento di potere e riconoscimento di suo personale ed esclusivo interesse, dando ampio impulso alla costruzione di centinaia di nuove moschee e alimentando una concezione dell’Islam sunnita funzionale alla marginalizzazione degli sciiti e di tutte le componenti pluraliste.
Saddam Hussein incaricò il suo vice, il generale Izzat Ibrahim al-Douri, di coltivare rapporti con le cellule più radicali dell’islamismo sunnita, in parte finanziandole in funzione della necessità di dare vita e corpo ad una sorta di struttura paramilitare della resistenza da impiegare nell’eventualità in cui gli sciiti si fossero nuovamente ribellati, o qualora gli Stati Uniti avessero nuovamente impiegato la forza contro l’Iraq.
Saddam manifestò anche una certa apertura nei confronti della Fratellanza Musulmana, tra il 2001 e il 2003, sebbene questa non abbia mai ricambiato le aperture formulate da Saddam tramite al-Douri, mantenendo una posizione defilata all’estero.
Al collasso dell’apparato istituzionale iracheno nel 2003, la Fratellanza Musulmana ritenne maturi i tempi per un ritorno in Iraq, senza tuttavia considerare come e quanto la disgregazione sociale post-bellica avesse di fatto profondamente mutato gli equilibri anche all’interno della stessa comunità sunnita.
La violenza più cieca che regnava in tutto l’Iraq all’indomani della caduta del regime favorì in tal modo l’emergere di quei gruppi che avevano fatto della lotta armata e della resistenza la loro bandiera, penalizzando enormemente tutte le forze politiche e confessionali che al contrario ritenevano di potersi imporre attraverso un processo di riconciliazione nazionale e di ricostruzione istituzionale dello Stato.
L’esplosione del più feroce settarismo e la continua repressione delle forze statunitensi nei confronti della comunità sunnita, alla ricerca dei vertici del disciolto partito Ba’th e degli ex quadri di regime, provocò in breve tempo una svolta drasticamente radicale del confronto.

3) Fuller, Graham E., “Islamist politics in Iraq after Saddam Hussein”, United States Institute for Peace, Special Report n. 108, Agosto 2003.
L’insorgenza sunnita ben presto marginalizzò le componenti più moderate, abbracciando al contrario una concezione radicale e parimenti settaria, favorendo l’emergere di nuovi piccoli gruppi che scaturivano come gemmazioni spurie delle più grandi e consolidate organizzazioni islamiste sunnite.
In breve tempo lo spazio di manovra per la Fratellanza Musulmana si ridusse drasticamente, riducendosi alla blanda partecipazione politica post-regime e al consolidamento di forze politiche senza grandi prospettive nel sempre più deteriorato panorama della politica e della sicurezza irachena.

L’Esercito degli Uomini dell’Ordine dei Naqshbandi
Tra le molte sigle dell’insorgenza irachena, una menzione particolare deve necessariamente essere fatta per l’Esercito degli Uomini dell’Ordine dei Naqshbandi, organizzazione militante sunnita costituita – idealmente, più che materialmente – sulla pre-esistente struttura irachena dell’Ordine dei Naqshbandi, gruppo sufico costituito nel 14° secolo per iniziativa di Baha-ud-Din Naqshband Bukhari.
Il sufismo è storicamente radicato nell’esperienza politica e sociale del territorio in cui oggi ha sede la nazione irachena. Due confraternite in particolare, la Qadiriya e la Naqshbandiya, hanno svolto un ruolo importante nella vita sociale e politica del paese, partecipando attivamente ai grandi mutamenti istituzionali e alla costruzione delle infrastrutture politiche e sociali del paese. Sebbene di origini antichissime – le prime confraternite risalgono al 14° secolo – le organizzazioni sufiche tornarono prepotentemente alla ribalta alla metà del 19° secolo, svolgendo un ruolo preminente nella politica e nella società locale sino alla fine degli anni Cinquanta.
Tollerate da Saddam Hussein in virtù del loro approccio non violento e di fatto nazionalista,molte delle organizzazioni sufiche sopravvissero anche alla dittatura, andando in parte a costituire il perno ideologico ed organizzativo del fenomeno dell’insorgenza. Non sono disponibili notizie precise ed affidabili circa la costituzione dell’organizzazione, sebbene appaia credibile una sua istituzione già nei primi mesi successivi all’intervento militare statunitense in Iraq, nel 2003.
Spesso citata con l’acronimo derivante dal nome arabo, JRTN (Jaysh Rijal At-Tariqa al-Naqshabandiya), l’organizzazione presenta sin dall’inizio un forte connotato nazionalista e ba’thista, idealmente animato dalla necessità di proteggere il sufismo Naqshabandi di derivazione irachena.
Uomini del Naqshbandi parteciparono senza dubbio all’insorgenza che, tra il 2003 e il 2006, colpì tanto le forze della coalizione multinazionale presente in Iraq, sia quelle della maggioranza sciita che dopo il 2003 aveva di fatto assunto il controllo politico del paese.
Ciononostante, il nome dell’organizzazione conosciuta come Esercito degli Uomini dell’Ordine dei Naqshbandi emerse solo successivamente all’esecuzione dell’ex presidente Saddam Hussein, il 30 dicembre del 2006 (4).
Il JRTN ha operato principalmente nell’area dei Bagdad, nella provincia dell’Anbar e in quella di Ninive, conseguendo inizialmente numerose vittorie sulle forze militari governative e sulle diverse milizie che popolano l’Iraq sin dalla caduta del regime di Saddam Hussein.

4) Mapping Militant Organizations, Jaysh Rijal al-tariqa al-Naqshbandia (JRTN), Stanford University, 2010.
Numerosi ex appartenenti alla Guardia Repubblicana, alle forze speciali del disciolto esercito iracheno e a quello che un tempo fu il potente servizio di intelligence di Saddam Hussein aderirono al progetto militare del JRTN, soprattutto grazie al ruolo dell’ex generale Izzat Ibrahim al-Douri, già esponente di spicco dell’apparato politico e militare del regime ba’thista.
È grazie ad al-Douri che, prima ancora del collasso del regime, un numero sempre maggiore di esponenti del partito e delle forze armate viene introdotto negli ambienti del sufismo Naqshbandi, dando vita ad una sorta di organizzazione segreta più tardi in larga parte confluita nell’organizzazione dell’insorgenza conosciuta come JRTN (5).
Il travaso di questa capacità militare permetterà al JRTN di operare con incisività e rigore organizzativo, divenendo in breve tempo una della organizzazioni più temute del panorama dell’insorgenza irachena.
L’organizzazione del JRTN fu sin dapprincipio intrisa dai principi e dai valori del sufismo sunnita, ed in tal modo l’architettura organizzativa assunse le caratteristiche di un ibrido ideologico-militare costruito su ruoli di diretta derivazione della tradizione islamica. In particolar modo, l’apparato militare venne strutturato in cellule composte da 6-12 combattenti al massimo, guidate da un “Emiro” la cui responsabilità territoriale veniva stabilita da un vertice presieduto da uno “Sceicco” e composto da “Emiri” di rango superiore. Una commistione di misticismo religioso e rigore militare derivante dal connubio delle preesistenti matrici sufiche e ba’thiste, che avranno la capacità di imprimere un particolare e pressoché unico connotato ideologico alla struttura del JRTN.
L’Esercito degli Uomini dell’Ordine dei Naqshbandi fu tra i primi a fare largo ricorso ai media, filmando di sovente le proprie azioni e diffondendole poi attraverso la rete internet grazie ad un’articolata quanto capillare rete di contatti che favoriva la circolazione e la distribuzione dei materiali senza temere i frequentissimi oscuramenti dei siti da parte delle forze militari statunitensi.
Il JRTN fu in grado di operare e diffondere la propria comunicazione anche attraverso alcuni canali televisivi basati sulla piattaforma satellitare al-Ray (6).
La missione del JRTN è essenzialmente quella di osteggiare il governo a guida sciita del paese e ristabilire la posizione e il ruolo della componente sunnita e del partito Ba’th, attraverso il ricorso ad uno spiccato nazionalismo e alla memoria di quello che fu il regime di Saddam Hussein.
Al-Douri ha cercato costantemente il contatto con le altre organizzazioni dell’insorgenza e le formazioni jihadiste, nell’intento di assurgere a capofila di un più vasto movimentonazionale di lotta contro la presenza straniera e il governo a guida sciita.
In quest’ottica ha cercato attivamente di collaborare con numerose delle principali sigle dell’insorgenza irachena, tra cui anche l’iniziale struttura dello Stato Islamico, fornendo armi, munizioni, esplosivi e capacità organizzative (sul territorio) costruite dal JRTN grazie alla pregressa struttura di appoggio militare su cui l’organizzazione aveva potuto contare (7).

5) Bakier, Abdul Hameed, “Ex-Baathists Turn to Naqshbandi Sufis to Legitimize Insurgency”, TheJamestown Foundation, 28 July 2008.
6) Knights, Michael, “Saddam Hussein’s Faithful Friend, the King of Clubs, Might Be the Key to Saving Iraq”, New Republic, 24 June 2014.
7) Jawad al-Tamini, Aymenn, “Iraq crisis: Key players in the Sunni rebellion”, BBC News, 26 June 2015.

Dopo un’iniziale forma di collaborazione, le sorti del JRTN e delle formazioni jihadiste di estrazione salafita si separarono, trasformandosi progressivamente in vera e propria ostilità, con scontri sempre più frequenti e spietatamente cruenti (8).
Molto è stato scritto sul JRTN nel corso degli ultimi anni, sostenendo soprattutto che l’organizzazione avesse sviluppato una forma di simbiosi con le forze di Al Qaeda prima e dello Stato Islamico poi. In realtà il rapporto tra l’Esercito degli Uomini dell’Ordine dei Naqshbandi e il jihadismo di estrazione salafita è stato solo temporaneo ed unicamente motivato dalla ricerca di una sinergia che non solo è mancata, ma è poi sfociata in aperta conflittualità. A negare questo rapporto fu per primo il generale James Nixon, comandante delle forze militari statunitensi nelle regioni di Diyala e Kirkouk, ricordando come il JRTN avesse un’impronta squisitamente nazionalista e di estrazione ba’thista, fortemente permeata dalla presenza di ex ufficiali dell’esercito un tempo fedele a Saddam Hussein (9).
Nel 2014 alcune sorgenti di stampa occidentali avevano ventilato l’ipotesi di un tentativo da parte degli americani di avvicinare gli esponenti del JRTN per convincerli ad aderire ad un progetto relativo alla costituzione di una Guardia Nazionale irachena formata da tutte le principali forze del contesto sciita e sunnita. Tale ipotesi venne seccamente smentita da un comunicato diramato dallo stesso JRTN il 2 dicembre del 2014, con il quale negavano di aver preso parte ad una riunione organizzata dagli Stati Uniti per la creazione di una Guardia nazionale irachena sotto il comando del governo di Hayder al-Abadi (10).
La notizia destò interesse in quanto lasciò intendere che le forze statunitensi fossero pronte a riconoscere il ruolo e la posizione del JRTN e, conseguentemente, del pluriricercato al-Douri, nell’ottica di un dialogo di riconciliazione nazionale che tuttavia non trovò mai effettivo sbocco nella pratica. Ogni tentativo di engagement con al-Douri venne quindi presumibilmente abbandonato, riprendendo vigore la sua ricerca che, con ogni probabilità, si concluse nell’aprile del 2015 nel corso di un’azione in cui si ritiene che al-Douri sia stato ucciso in un villaggio della provincia di Salahuddin.
Con la presunta morte dell’ex vice di Saddam Hussein tornò prepotentemente agli onori della cronaca il dibattito relativo alla presunta collaborazione del JRTN con lo Stato Islamico, di fatto ponendo il Daesh come una sorta di evoluzione, o gemmazione, dello stesso JRTN. La realtà di questo rapporto è tuttavia ben più complessa e al tempo stesso fragile. La mancata cooperazione tra le formazioni qaediste e le quelle del JRTN avevano infatti provocato una netta frattura tra le forze dell’Esercito degli Uomini dell’Ordine dei Naqshbandi tra il 2009 e il 2013, determinando un generale raffreddamento del rapporto tra il JRTN e le formazioni jihadiste di estrazione salafita
Con la scissione dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante dalla componente tradizionale di Al Qaeda in Iraq, tuttavia, sembrerebbe essere stato riavviato il dialogo tra le milizie al comando di al-Douri e quelle del Daesh.

8) Greenfield, Daniel, “Al-Qaeda and Saddam’s Men Already Shooting At Eachother”, FrontPage. David Horowitz Freedom Center, 28 June 2014.
9) Gilles Munier, “Iraq: la resistance naqshaband”, in Afrique Asie, Ottobre 2009.
10) Jawad al-Tamini, Aymenn, “The Naqshbandi Army’s current situation in Iraq”, 26 dicembre 2014.
Questo sodalizio sarebbe scaturito nell’estate del 2014, in concomitanza con la conquista –praticamente incruenta – di un terzo dell’Iraq da parte dello Stato Islamico, e con la contestuale sconfitta delle deboli forze militari del governo centrale di Bagdad a Mosul e in buona parte delle province di Ninive e dell’Anbar.
Il JRTN avrebbe non solo fornito appoggio militare e logistico alle forze dello Stato Islamico, ma avrebbe anche sostenuto la necessità di annunciare la creazione del Califfato nell’ampio territorio sotto il loro controllo a cavallo del confine tra Iraq e Siria (11).
Il sodalizio non avrebbe avuto tuttavia vita lunga, in conseguenza soprattutto della violenza esercitata dagli uomini del Daesh sulle comunità cristiane del nord e del centro dell’Iraq, massacrate brutalmente. Il settarismo anti-cristiano avrebbe provocato infatti dissensi tra i non pochi elementi di estrazione cristiana dell’ex Ba’th poi confluiti nel JRTN, provocando ancora una volta la frattura con le formazioni jihadiste.
La cooperazione tra il JRTN e le forze dello Stato Islamico è stata quindi in sintesi modesta, di breve durata ed unicamente motivata dal tentativo (soprattutto da parte di al-Douri) di creare un fronte comune di resistenza irachena che nei fatti non è mai stato possibile costituire. La cooperazione è stata quindi quasi sempre assicurata dal JRTN in direzione delle unità qaediste prima e dello Stato Islamico poi, venendo sistematicamente frustrata dall’impossibilità di costituire un fronte nazionalista e squisitamente iracheno che potesse far convergere la lotta verso quello che veniva considerato il governo fantoccio di Bagdad e dei suoi dante causa internazionali.

Molto è stato scritto su questo sodalizio, ipotizzando una sintesi operativa che in realtà non è mai effettivamente avvenuta, determinando nel corso soprattutto degli ultimi due anni addirittura un’aperta conflittualità sul terreno (12).

Le origini dell’ISIS e il ruolo di al-Zarqawi
Lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS), o più semplicemente lo Stato Islamico, o ancora Daesh dall’acronimo delle sue lettere in arabo, è un’organizzazione jihadista di matrice salafita sorta dalla trasformazione della precedente struttura della Jama’at al-Tawhid wal-Jihad (JTJ, Organizzazione del Monoteismo e della Guerra Santa).
Il JTJ venne costituito nel 1999 dal giordano Abu Musab al-Zarqawi, con l’intento di promuovere azioni terroristiche di matrice anti-occidentale in Giordania, aderendo all’ampio network informale delle organizzazioni terroristiche di matrice salafita create dalla galassia dei predicatori wahhabiti in Medio Oriente e Asia Centrale (13).
Il processo di radicalizzazione di Al Zarqawi (il cui vero nome si ritiene essere Ahmed Fadeel al-Nazal al-Khalayleh) si costruì attraverso un’infanzia di povertà e privazioni, che lo spinsero prima nell’ambito della criminalità comune e poi in Afghanistan, dopo essere entrato in contatto con religiosi wahhabiti che ne determinano una profonda trasformazione.

11) Dettmer, Jamie, “He served Saddam. He served ISIS. Now Al Douri may be dead”, The Daily Beast, 17 aprile 2015.
12) Al-Rashed, Abdulrahman, “The sufist Izzat al-Douri and the extremist ISIS”, Al Arabiya, 20 aprile 2015.
13) Weaver, Mary Ann, “The short, violent life of Abu Musab al-Zarqawi”, Atlantic Monthly, Luglio-Agosto 2006.
Dal 1989 al 1992 si recò in Afghanistan dove conobbe Osama bin Laden e ricevette un addestramento militare che cercò di utilizzare per la costituzione di gruppi jihadisti in Giordania, dove rientrò nel 1992 venendo ben presto arrestato.
Rilasciato nel 1999, dovette fuggire ben presto in Pakistan perché accusato di aver partecipato al tentativo di far esplodere un Hotel ad Amman la notte di capodanno del 2000. Qui incontrò nuovamente Osama bin Laden, da cui ricevette una donazione con la quale aprì un centro di addestramento jihadista ad Herat, in Afghanistan, dove attirò decine di giovani giordani radicalizzati dall’esperienza carceraria, costituendo il JTJ (che in realtà sorse a sua volta sulle ceneri di una precedente cellula conosciuta come Jund Al Sham).
Sarà la guerra in Afghanistan a fornire ad al-Zarqawi il primo fronte operativo in cui misurare la capacità della sua organizzazione, che sarà tuttavia ben presto costretta alla fuga dopo l’attacco da parte degli Stati Uniti nel 2001. Ferito e braccato dai servizi di intelligence di numerosi paesi occidentali e da quelli Giordani, al-Zarqawi iniziò un peregrinare di cui si hanno tracce confuse sino al 2004, transitando per l’Iran, l’Iraq e la Siria.
Con l’occupazione americana dell’Iraq e la caduta del regime di Saddam Hussein, al-Zarqawi si trasferì a Bagdad, dove la sua organizzazione dapprima operò in completa indipendenza e poi il 17 ottobre del 2004 aderì ufficialmente alla rete di al Qaeda mutando nome in Tanzim Qaidat al-Jihad fi Bilad al-Rafidayn, o più semplicemente al Qaeda in Iraq.
Il consolidamento di al-Zarqawi in Iraq coincide con un incremento esponenziale non solo della violenza ma anche della brutalità adottata nella condotta delle azioni e nella gestione dei prigionieri. Imbevuto di tradizione wahhabita e ritenendo necessario mostrare un volto spietato e primordiale dell’Islam nei confronti dei suoi nemici, al Zarqawi iniziò a seminare letteralmente il terrore in buona parte dell’Iraq, spesso colpendo indiscriminatamente anche la popolazione sunnita e progressivamente provocando la reazione della stessa al Qaeda di Bin Laden, che riteneva tanta efferatezza nei confronti dei civili del tutto controproducente rispetto all’obiettivo di conquistare la fiducia e il sostegno della popolazione.
Al Zarqawi cercò spasmodicamente di riunire sotto un’unica bandiera l’intera comunità dell’insorgenza irachena, arrivando nel 2006 a proclamare il Consiglio dei Mujahedeen e-Shura, una sorta di ideale struttura unitaria entro cui far confluire tutte le cellule jihadiste alleate.
Il progetto riuscì solo parzialmente e l’incremento delle operazioni militari americane provocò la morte di al Zarqawi il 7 giugno 2006, facendo in tal modo emergere al vertice dell’organizzazione Abu Ayyub al-Masri.
Questi cercò di consolidare il controllo centralizzato delle organizzazioni jihadiste avviato da al-Zarqawi, ma con la morte di quest’ultimo si determinò un confuso periodo di gestione nel vertice dell’organizzazione, dove più volte la figura di Abu Omar al-Baghdadi venne ritenuta essere preminente rispetto a quella di al-Masri. L’organizzazione intensificò sempre più la spettacolarizzazione della violenza, ingenerando da una parte la sensazione di invincibilità dell’organizzazione ma anche determinando una sempre più netta spaccatura con i vertici di Al Qaeda, che vedevano nell’uso spropositato della violenza una strategia fallimentare e controproducente.
Questo stato di cose si protrasse sino al 2010, quando nel corso di un’operazione militare nei pressi di Tikrit, condotta congiuntamente dalle forze statunitensi e irachene, sia al-Masri che Abu Omar al-Baghdadi vennero uccisi.

L’ISIS di al-Baghdadi e la separazione da al Qaeda
Con la morte contestuale di quelli che per quasi due anni apparvero come i vertici del Consiglio dei Mujahedeen e-Shura, emerse alla leadership dell’organizzazione Ibrahim Awad Ibrahim al-Badri, detto Abu Bakr al-Baghdadi.
Originario del distretto di Samarra, dove nacque (si suppone) il 28 luglio del 1971, del passato di al-Baghdadi si conosce molto poco. Studente coranico mediocre, ha vissuto quasi in disparte sino alla caduta del regime nel 2003, quando ha aderito ad alcune delle organizzazioni jihadiste di matrice sunnita rimanendo tuttavia sempre una figura di secondo piano almeno sino a poco prima della morte di al-Masri e di Abu Omar al-Baghdadi.
Nessuna delle informazioni sul suo passato e sulla sua formazione religiosa è mai statavalidata da prove certe, e continua ad aleggiare sulla figura di al-Baghdadi una doppia aura, l’una costruita sul ruolo dell’erudito con anni di studi coranici avanzati, l’altra che lo vorrebbe invece una sorta di impostore, senza reali titoli e competenze giuridico-religiose ed emerso quindi quasi per caso al vertice dell’organizzazione.
Con l’ascesa di al-Baghdadi al vertice del Consiglio, il 16 maggio del 2010, il nome dell’organizzazione venne definitivamente mutato in Stato Islamico dell’Iraq (come aveva di fatto già disposto il suo predecessore), continuando ad includere al suo interno la struttura conosciuta come Al Qaeda in Iraq.
Anche al-Baghdadi confermò la volontà di incrementare l’azione militare e spettacolarizzare l’uso della violenza, colpendo ripetutamente Bagdad e la comunità sciita e facendo largo uso di kamikaze ed autobombe.
Con lo scoppio della guerra civile in Siria, al-Baghdadi comprese quale potenziale potesse celarsi dietro il collasso dell’autorità governativa siriana in buona parte delle regioni orientali del paese, lanciando un’offensiva su vasta scala contro le forze regolari siriane così come contro le forze di opposizione al regime, riuscendo progressivamente ad impadronirsi di una vasta area di territorio lungo il corso del fiume Eufrate, e stabilendo a Raqqa lo stesso capoluogo di quello che di lì a poco sarà annunciato come il Califfato.
Gli arsenali abbandonati dell’esercito siriano e le installazioni petrolifere caduto sotto il controllo dell’ISIS riuscirono per lungo tempo a fornire ad al-Baghdadi non solo una poderosa capacità militare, ma anche una consistente rendita economica grazie alla commercializzazione del greggio con un vasto numero di attori regionali, statuali e non.
La guerra in Siria e le ambizioni del Califfato, poi pomposamente annunciato il 29 giugno 2014, determinarono tuttavia la definitiva rottura con la rete di al Qaeda, con cui l’ISIS entrò in diretta contrapposizione soprattutto in Siria.
L’8 aprile del 2013, al Baghdadi annunciò la creazione dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, affermando che la cellula qaedista siriana di Jabhat al Nusra veniva inglobata nella nuova organizzazione e posta sotto il comando operativo dell’ISIS. La notizia venne prontamente confutata da Abu Mohammad al-Julani, al vertice di Jabhat al Nusra, e confermata dallo stesso vertice di Al Qaeda, Ayman al-Zawahiri, che anzi ordinava lo scioglimento dell’ISIS e il ritorno degli uomini di al-Baghdadi all’interno dei confini iracheni (14)

14) Manyuan, Dong, “The rise of ISIS: impacts and future”, China Institute for Contemporary Studies, 14 novembre 2014.
Ne derivò una spaccatura epocale, con la separazione delle due organizzazioni e l’avvio di una fase di aperta ostilità che, soprattutto in Siria, determinò una sorta di partizione del territorio tra le due fazioni un tempo alleate.
Ayman al-Zawairi tentò addirittura una mediazione, inviando in Siria Abu Khaled al-Suri, suo uomo di fiducia, con l’incarico di individuare i margini per un soluzione del problema sorto con l’arbitraria separazione dell’ISIS dalla rete di al Qaeda. Abu Khaled al-Nuri venne tuttavia assassinato in circostanze poco chiare nel febbraio del 2014, determinando una nuova e più intensa conflittualità tra l’ISIS e Jabhat al-Nusra, senza che alcuna soluzionepotesse essere anche solo lontanamente immaginata (15).
Sebbene sempre presentatasi come una formazione anti al-Asad in Siria, un discreto margine di perplessità è stato destato dall’ambiguità sia di al-Baghdadi sia di Bashar al-Asad nella condotta di un conflitto che in realtà li ha visti combattere tra loro solo sporadicamente.
Lo Stato Islamico ha sempre cercato di evitare lo scontro diretto con le forze militari del regime di Damasco, concentrandosi al contrario sui suoi oppositori cui ha sottratto posizioni e armi consolidando la sua area di influenza lungo le sponde del fiume Eufrate.
Al tempo stesso, a partire dalla fine del 2011, Bashar al-Asad, compreso di essere oggetto di un attacco su più fronti anche con il consenso di alcuni attori regionali, liberò un enorme numero di jihadisti dalla prigione di Damasco, permettendo a molti di questi di unirsi alle forze dell’ISIS.
Bashar al-Asad ha quindi scientemente deciso di non ingaggiare alcun reale combattimento con le forze dell’ISIS nella consapevolezza che questi avrebbero indebolito i suoi più temibili avversari, Jabhat al Nusra e il Free Syrian Army.
Anche al-Baghdadi ha tuttavia adottato la medesima strategia, definendo di fatto una sorta di tregua con le forze regolari siriane, posticipando l’eventualità di uno scontro ad una fase successiva.
Anche in Siria, tuttavia, l’ISIS ha applicato la strategia del terrore e della spettacolarizzazione della violenza, colpendo soprattutto le minoranze cristiane e le forze di opposizione politica al regime di Bashar al-Asad, ingenerando quell’immagine di invincibilità che è invece rapidamente sfumata in occorrenza dei pochi ma significativi scontri che l’hanno interessata soprattutto a partire dalla fine del 2015.
Il consolidamento del ruolo dell’ISIS è tuttavia stato favorito anche dall’adozione di una politica violentemente settaria e repressiva da parte dell’ex primo ministro iracheno Nouri-al-Maliki, che ha sistematicamente vessato le comunità sunnite irachene sino al punto di spingerle prima alla rivolta e poi ad accettare passivamente nel corso del 2014 l’occupazione da parte dello Stato Islamico di oltre un terzo del territorio iracheno (16).
A parte qualche scaramuccia durante la conquista di Mosul, il resto del territorio iracheno caduto sotto il controllo dello Stato Islamico è stato occupato senza alcuno spargimento di sangue da parte della comunità sunnita, che ha anzi accolto benevolmente nella maggior parte dei villaggi e delle città le forze dello Stato Islamico che hanno catturato o messo in fuga un enorme numero di soldati regolari iracheni, catturando al tempo stesso ingenti quantitativi di armi e munizioni.

15) Sly, Liz, “Al Qaeda disavows any ties with radical Isalmist ISIS group in Syria, Iraq”, The Washington Post, 3 febbraio 2014.
16) “What are the origins of Daesh?”, Anadolu Agency, 29 dicembre 2015.
La conquista delle province dell’Anbar e di Ninive del giugno 2014 ha tuttavia coinciso anche con la massiccia divulgazione di immagini e filmati delle decine di esecuzioni condotte ogni giorno contro i soldati dell’esercito iracheno caduti nelle mani del Daesh, rafforzando la convinzione a livello internazionale della necessità di un intervento mirato per eradicare la presenza dello Stato Islamico dalla regione.
Il vero successo politico di al-Baghdadi, tuttavia, è stato quello di sostituirsi ad Al Qaeda sul piano globale nella rappresentazione del jihadismo che combatte, registrando un crescente successo in termini di affiliazioni (o sedicenti tali), dichiarazioni di lealtà e subordinazione.
Il Daesh è divenuto in sintesi la nuova frontiera cui il jihadismo oggi guarda nella prospettiva di una collocazione globale e sempre più radicale, coltivando successi non solo in Medio Oriente e in Africa ma anche e soprattutto in Europa, dove ha saputo conquistare numeri sempre maggiori di giovani islamici radicalizzati o semplicemente emarginati dal tessuto sociale e familiare di provenienza, dando vita ad una nuova generazione di jihadisti molto diversa da quella del passato e certamente più complessa da individuare e neutralizzare.
Sul fronte iracheno e siriano, invece, dopo la disastrosa disfatta del giugno 2014, le forze irachene sono riuscite a riorganizzarsi grazie al consistente aiuto della comunità internazionale, progressivamente riconquistando nella seconda metà del 2016 buona parte dei territori caduti sotto il controllo dello Stato Islamico solo due anni prima, e dimostrando per la prima volta all’opinione pubblica nazionale e internazionale quanto e come il Daesh non sia quella forza militare imbattibile di cui i media avevano esaltato la brutalità e la capacità.
Il processo di riconquista del territori delle province dell’Anbar e di Ninive avviene oggi grazie alla rinnovata capacità dell’esercito iracheno ma anche e soprattutto grazie alla capacità militare delle milizie sciite, espressione di quel contesto politico, religioso e sociale che ha tuttavia determinato attraverso un esasperato settarismo il problema dello scontro con le comunità sunnite e il consolidamento del jihadismo.
La radicalizzazione del rapporto tra le comunità confessionali dell’Iraq resta a tutt’oggi irrisolta, ponendo un grave problema per il premier al-Abadi, che dovrà dimostrarsi ben più saggio e pragmatico del suo predecessore nella gestione del rapporto con le comunità sunnite, non solo adottando politiche coesive ma anche cercando di cancellare l’immagine negativa, violenta e settaria di quella politica che ha contribuito nel corso degli ultimi tredici anni a dividere e lacerare la società irachena.
La vera sconfitta dello Stato Islamico, in sintesi, può avvenire solo attraverso l’abbandono del settarismo come strategia politica e mediante il ricorso a politiche sociali ed economiche inclusive e garantiste. Un obiettivo oggi difficile da conseguire, che richiederà uno sforzo collettivo in direzione di un processo di riconciliazione nazionale lento e costruito su piccoli ma stabili passi.
La diffusione globale del Daesh
A partire dal 2014, e in particolar modo successivamente alla frattura politica che porta lo Stato Islamico ad interrompere il sodalizio ideologico ed operativo con la rete di Al Qaeda, la struttura del Daesh inizia ad emergere come un modello di riferimento per molti dei principali gruppi jihadisti internazionali.
Dall’Africa al Medio Oriente, attraverso l’Asia Centrale sino al Sud Est Asiatico, si moltiplicano in breve tempo le organizzazioni jihadiste che platealmente fanno atto di sottomissione e lealtà alla struttura dello Stato Islamico, dando l’impressione di una capacità di diffusione globale e potenzialmente inarrestabile.
A farne le spese, prima di ogni altra entità, è la rete di Al Qaeda, che vede decine di propri sostenitori abbandonare progressivamente la rete creata da Bin Laden per abbracciare quella che appare essere la nuova frontiera del jihadismo internazionale.
Lo Stato Islamico ha una straordinaria capacità attrattiva perché offre alle organizzazioni jihadiste globali un modello di intervento ed una percezione del proprio ruolo ormai non più riscontrabile nelle strategie del qaedismo, profondamente mutate e limitate dopo la morte di Osama Bin Laden.
È soprattutto la capacità mediatica del Daesh ad avere un ruolo preminente nella capacità di proselitismo sulle strutture minori, fornendo non solo una nuova identità a gruppi altrimenti marginali nel contesto del radicalismo islamico, ma anche una visibilità spesso mai conseguita attraverso il proprio ruolo.
L’adesione alla rete dello Stato Islamico è quindi nella maggior parte dei casi meramente opportunistica e simbolica, e si manifesta attraverso il semplice mutamento di nome delle organizzazioni e l’adozione di una comunicazione e una narrativa del messaggio costruita sul modello del Daesh, e quindi attraverso un uso smisurato e spettacolare della violenza.
Sotto il profilo ideologico, tuttavia, sono scarsissime le reali osmosi con la struttura centrale irachena, limitandosi il più delle volte a mere prese di contatto tra leader, o scambi di messaggi e incoraggiamenti alla lotta.
Buona parte delle organizzazioni che tra il 2014 e il 2016 manifestano pubblicamente la propria adesione alla rete dello Stato Islamico in realtà non subiscono alcun sostanziale mutamento organizzativo e operativo, limitandosi ad incrementare la propria comunicazione verso l’esterno diffondendo soprattutto le nuove denominazioni.
Da Boko Haram in Nigeria ad Ansar al-Sharia in Libia, così come la vasta galassia di sigle più o meno note in tutto il continente asiatico, le strutture jihadiste che aderiscono al sodalizio dello Stato Islamico restano pressoché invariate nella loro struttura di vertice, organizzativa ed operativa.
Al contrario, tuttavia, il sistema dei media occidentali ha dato ampio risalto alla notizia, enfatizzando il rischio connesso a questa trasformazione, incrementando arbitrariamente la percezione della soglia di rischio per l’Europa. Ne è derivata una sorta di psicosi, in un certo qual modo ancora in atto, che ha interessato la gran parte degli apparati di sicurezza europea, spesso distogliendoli dalle priorità connesse soprattutto alla gestione dei foreign fighters e dei processi di radicalizzazione sul continente europeo.
Particolare attenzione hanno chiaramente riscosso gli attentati commessi in Francia e in Belgio, laddove tuttavia la radice delle spinte motivazionali delle cellule che hanno ripetutamente colpito i due paesi deve essere analizzata ed interpretata secondo concezioni del tutto differenti e distinte rispetto alle spinte motivazionali dei combattenti del Daesh in Iraq.
Ha egregiamente analizzato questo fenomeno lo studioso francese Oliver Roy, che ha definito generazionale e nichilista la rivolta dei jihadisti europei, e non quindi il prodotto di una radicalizzazione della comunità musulmana (17).
Per quanto lo Stato Islamico abbia potuto esportare il proprio nome, quindi, il fenomeno jihadista di cui è portatore non ha saputo e potuto trovare reale radicamento al di fuori della tradizionale area di dislocazione delle forze del Daesh.

17) Roy, Olivier, “Le djihadisme est un révolte générationelle et nihiliste”, Le Monde, 24 novembre 2015.
Lo Stato Islamico è quindi un fenomeno puramente e squisitamente espresso dall’evoluzione della realtà politica e sociale dell’Iraq, che ha saputo e potuto espandersi in Siria solo ed esclusivamente al fine di ampliare la propria capacità operativa ed economica, senza tuttavia mutare o innovare la locale dimensione dello scontro.
Il Daesh nasce e si sviluppa come una realtà sunnita costruita sul terreno della società irachena, fortemente favorito dalla contestuale radicalizzazione dello scontro settario con la maggioranza sciita di governo emersa successivamente al 2003. È quindi un fenomeno del tutto locale ed in alcun modo globale, che ha saputo affermarsi grazie alla compartecipazione nell’organizzazione di elementi qualificati di provenienza militare e più in generale amministrativa ed organizzativa.
Il Daesh ha saputo effettuare un vero e proprio salto di qualità nel settore della comunicazione, spettacolarizzando la violenza e portandola grazie ai social media nelle case degli occidentali, sino ad allora abituati ad una percezione della violenza e degli scontri decisamente più tradizionale, e soprattutto mediata.
Nonostante tale capacità comunicativa, tuttavia, la reale capacità operativa e logistica dell’ISIS è stata più volte di fatto smentita nel corso di quelle operazioni militari – del tutto sporadiche, almeno fino al 2016 – condotte dalla comunità internazionale contro le forze del Daesh. A dispetto dell’immagine offerta nei comunicati e nei filmati di propaganda, l’ISIS ha dimostrato non solo di non poter reggere l’urto di un conflitto tradizionale con forze meglio organizzate ed equipaggiate, ma ha soprattutto dimostrato di non aver saputo garantire alla popolazione civile sotto il suo dominio alcun reale beneficio rispetto al passato, perdendo progressivamente quel consenso che ne aveva permesso il radicamento in Iraq e favorendo la riconquista di buona parte dei territori controllati a partire dal 2014.
Alla luce di queste considerazioni è possibile tracciare un bilancio fortunatamente non positivo né tantomeno possibilista sul futuro dello Stato Islamico. In Iraq la rinnovata capacità delle forze armate nazionali – sostenute dalle milizie sciite e da un poderoso quanto defilato supporto dei paesi occidentali – ha determinato la perdita di buona parte dei territori occupati a partire dal 2014, e sembra imminente allo stato attuale non solo la perdita di Mosul – che rappresenta un polo insostituibile per l’economia dell’organizzazione – ma anche di quasi tutti i caposaldi regionali nelle province dell’Anbar e di Ninive.
L’ingresso della Russia e dell’Iran nel conflitto siriano ha poi mutato radicalmente il quadro delle opzioni strategiche dell’ISIS anche in Siria, dove – seppur con estrema lentezza – è iniziata la fase di riconquista delle aree occupate dallo Stato Islamico. La morsa in cui l’ISIS rischia di essere intrappolato a cavallo del confine tra Siria e Iraq, pone oggi concretamente un interrogativo per le forze dell’autoproclamato Califfato, i cui spazi di manovra sembrano assottigliarsi sempre più, senza alcuna reale soluzione in termini di ri-dislocazione territoriale.
Lo Stato Islamico – quello autentico e localizzato in Iraq e Siria – è di fatto sconfitto, o prossimo alla sconfitta finale. L’obiettivo è quindi oggi quello di impedire che le sue cellule disperse nel post-conflitto possano costituire delle future metastasi nel contesto politico e sociale dell’Iraq, attraverso una corretta e capillare politica di riconciliazione nazionale costruita sulla effettiva capacità e volontà di accettare un pluralismo e una partecipazione identitaria sino ad oggi sistematicamente frustrata.
Si tratta di una sfida impegnativa e complessa per il premier al-Abadi, che deve oggi ricostruire la società irachena utilizzando ciò che resta di quell’identità nazionale fatta sistematicamente a pezzi dal ba’thismo prima e dal settarismo poi, attraverso la profonda ed ancor oggi aperta ferita, dell’occupazione straniera, della guerra civile e della violenza provocata da un’evoluzione del concetto di jihadismo che ha così profondamente ferito l’Iraq e la sua società.

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