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Après nous le déluge

Bruciano le montagne in val di Susa, una ragazza scampa all’omicidio ordinato dal proprio padre, un giovane lavoratore bengalese si salva per miracolo da un branco di giovanissimi ultras romani, un barbone viene dato alle fiamme mentre dorme su una panchina.
Non a caso ho aperto e chiuso col fuoco la lista di eventi luttuosi riportati dalla prima pagina dei giornali di oggi.
Perché il fuoco depura.
Ma distrugge anche. E mi chiedo: è proprio così sicuro che occorra distruggere? Non si può cercare una ricostruzione mantenendo alcune delle cose – le migliori – che sono state edificate prima della débacle?
Un momento, forse prima bisogna che mi chieda se siamo davvero alla débacle. La prima pagina del quotidiano di oggi potrebbe venirmi in aiuto… Leggo: “I giovani non hanno il senso della responsabilità. È la generazione delle passioni tiepide”. “I magnifici tramonti rossi sono frutto dell’inquinamento e degli incendi”. Sì, sembra che speranze di miglioramento ce ne siamo poche. Tuttavia serve proprio pensare “Après nous le déluge”?
Il Dio vendicativo della Bibbia manda le piaghe d’Egitto, il diluvio, tutto quel che può per castigare gli uomini cattivi, e poi pensa che magari c’è ancora una speranza per loro e cerca di salvarli con un escamotage un po’ masochista, mandando un figlio a morire… Crea così il peccato originale, un bel fardello per tutti i cristiani che se ne fanno carico ancora prima di nascere etc etc…
Nei secoli la storia ci ha insegnato che alla fine di un periodo terribile, c’è una sola soluzione: la distruzione totale di tutto, la guerra, la rivoluzione. Così poi si può pensare a rimettere su le case bombardate, a ripopolare le città spopolate dalla morte, a ridare dignità ai sopravvissuti.
Però le cicatrici di tanta distruzione dove le mettiamo? Credete davvero che non pesino i campi di sterminio nazisti o le foibe, su di noi anche se siamo nati decine di anni dopo?
La natura di noi essere umani è maledettamente crudele, qualcuno dice, distruggiamo tutto pur di non darla vinta al nemico. Un nemico spesso allo specchio, perché il nemico siamo sempre noi, tutti sulla stessa barca: il branco di ultras e il ragazzo bengalese, il barbone bruciato vivo e il suo aggressore, il padre mafioso e la figlia innamorata del carabiniere.
Per anni ho fatto la script-editor, editavo dialoghi di sceneggiature, cioè dovevo rivedere il lavoro di altri scrittori, tentando di migliorarlo. Eravamo tre script e una ventina di dialoghisti che si alternavano: i miei colleghi spesso finivano per riscrivere da capo le sceneggiature, a volte migliorandole, a volte no, ma certamente distruggendo il lavoro del dialoghista, che si lagnava di aver scritto invano. Io cercavo di mantenere la costruzione di chi era venuto prima di me, avendone rispetto. Un lavoro molto più difficile, a volte anche meno riuscito, ma almeno non distruttivo.
Ecco, così come dicevo ai miei colleghi di allora, il lavoro che dobbiamo fare è valutare quello che c’è di buono, e quindi trovare una forma di comunicazione con l’altro che travalica il mio ego e si accosta al tu e poi al vos, trovando il mix di quel che sono io e quello che siete voi.
Però siamo in un’era di narcisisti, e per questo la nostra solitudine egoica ci sta portando alla distruzione. Che si tratti di fuoco o di acqua, il risultato è lo stesso. Molto meglio pensare che ho ragione io e che se si distrugge quel che c’è andrà tutto a posto, almeno per un po’… almeno finché ci sarò io, e poi…. après moi le déluge!

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