Scenari di scrittura

Domenica scorsa, dopo la lettura di Alfabeto (leggerescrivere 28 aprile ’19) Emilia, che di lettere dell’alfabeto, lingua e scrittura si intende assai più di me, mi ha inviato questa vignetta:

Bella, no?
Bella e inquietante perché sollecita l’attenzione su una questione ormai vecchia, ma sempre più attuale: quanto ci assorbono i vari device che possediamo? O, forse sarebbe meglio dire, quanto sono loro a possedere noi? Quanto ne siamo dipendenti?
Nessuno, tranne pochissime persone che sono rimaste “pure”, potrà sottrarsi a queste domande. Ma rispondere è tutt’altro che facile, perché se da un lato possiamo fare milioni di cose che non sapevamo neppure immaginare fino a venti trent’anni fa, dall’altro è vero che siamo diventati analfabeti di ritorno senza l’aiuto dei nostri device.
Io alle volte mi chiedo se scrivendo al pc o sullo smartphone, comunico con gli umani o solo con lo schermo. Mi sono di conforto i feedback delle lettrici e dei lettori, ma quei like, quelle condivisioni potrebbero essere risposte automatiche create dai loro “indispensabili assistenti”.
Limitandoci alla sola attività di scrittura, il panormana disegnato dall’illustratore è del tutto verosimile. Il correttore automatico già ci cambia al volo le parole che nella fretta sbagliamo a digitare, ma spesso anche quelle che scriviamo correttamente e che a lui sembrano fuori contesto (quante possibilità di scrittura contempla un correttore programmato da un umano mediamente colto?). L’assistente google ci ricorda i nostri appuntamenti, la voce sintetica del navigatore ci indica la strada, l’app ci ricorda di assumere la tal medicina o di chiamare i nostri genitori.
Mentre scrivo mi rendo conto che c’è chi questo scenario “robotizzato” l’ha immaginato decine e decine di anni fa, gli autori di fantascienza, gli scrittori dotati di immaginazione o che hanno saputo cogliere i segnali di quel che sarebbe accaduto, di lì al futuro. Quelle storie magari le hanno scritte con la penna a sfera, o con una piuma d’oca intinta nel calamaio, e forse qualcuno di loro è stato deriso, trattato come un visionario o bruciato vivo in quanto stregone.
Nella letteratura c’è tutto in nuce da sempre. E se non c’è di fatto, può però ispirare quel che manca al lettore.

Devices , computers – set vector icons in sketch style

Durante le feste di Pasqua mi è capitato di assistere alla stesura di una versione di latino: ci lavoravano uno studente quindicenne e la nonna. Lui cercava il significato dei termini on line, lei sul vecchio vocabolario Campanini e Carboni, lui era restio a dare un’occhiata al cartaceo, lei a scendere a patti con internet. Il risultato finale mi è sembrato più che dignitoso, e tutti e due erano soddisfatti.
(Per inciso la metà della versione l’ha fatta direttamente il Campanini e Carboni che contiene le frasi più note dei testi latini, tutte insieme sotto il vocabolo, ed è sempre stata una svolta per gli studenti.)
Quando, in un momento di senilità odiosetta, ho chiesto allo studente come sarebbe stata la sua vita qualora fosse venuta a mancare l’energia che sostiene il suo telefonino e tutti gli altri device in suo possesso mi ha guardato inorridito. Non contempla questa possibilità.
Non è un caso che gli scrittori più vicini a noi scrivano di mondi post atomici in cui non c’è più nient’altro che foreste inquinate sotto un sole nero coperto da fumi venefici e zombie inquieti e inquietanti.
Ci sollevi l’animo il fatto che chi scrive di queste catastrofi lo fa certamente sostenuto dal suo assistente vocale che sotto sotto gli suggerisce scenari contenuti nei suoi neuroni sintetici. Non sa però, il tronfio computer, che, nel caso si dovessero verificare certe sue idee, lui sarebbe uno dei primi a saltare.

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