Libertà e uguaglianza (3)

3) Cos’è la libertà?

Finora abbiamo parlato di sinistra e destra, come contenitori dei due modi opposti di considerare la società e la convivenza civile. Ma in realtà, ha ancora senso parlare di destra e sinistra? Giorgio Gaber se lo chiedeva in un suo brano del 1994, dal titolo appunto “Destra Sinistra”, in cui elencava con ironia le differenze tra le due scuole di pensiero. Anche se affermava che “l’ideologia, malgrado tutto credo ancora che ci sia: è la passione, l’ossessione della tua diversità”, la conclusione di Gaber era tuttavia che “la gente è poco seria, quando parla di sinistra o destra”.

In realtà, più che di ideologie, sarebbe più opportuno parlare di idee. E come ogni fenomeno sociale, anche le idee cambiano, si modificano e si adattano ai luoghi e ai periodi storici. Di conseguenza, pure le campagne elettorali si conformano ai tempi, nelle tecniche e nei contenuti. Dai comizi nelle piazze alle tribune televisive, dai primi siti internet, dai primi blog alle pagine Facebook, ai profili Twitter e Instagram. Siamo invasi da notizie, foto, dichiarazioni, commenti, che piombano sui nostri computer e sui nostri smartphones ad ogni istante. Ma come un accompagnamento assordante che non ci lascia distinguere la melodia, tutta questa sovrabbondanza di informazioni ci rende difficile capire, farci un’idea, approfondire.

Anche perché, a differenza del passato quando le campagne elettorali venivano condotte dai diretti interessati, politici e candidati, oggi sui “social network” siamo tutti noi, ogni comune cittadino, a svolgere la propaganda per la propria causa. Ne deriva un’anarchia, un caos informativo nel quale chi è disorientato, chi non ha basi abbastanza solide, non trova riferimenti a cui appoggiarsi. Dato che chiunque può “postare”, commentare, divulgare senza troppi scrupoli per le fonti, abbondano le notizie false, le “bufale”, che sviano ancor più chi ha fondamenta troppo fragili per giudicare.

In tutto questo chiasso ci sentiamo attratti da quei messaggi più consoni a noi, meno impegnativi, che sfidano meno le nostre convinzioni, e quindi alla fine il “rumore di fondo” non smuove più di tanto le nostre opinioni. Così come i cuccioli di una mandria percepiscono il richiamo della madre in mezzo a tutti gli altri, anche noi veniamo attirati da chi ci conforta di più, dalle foto e dai “post” che troviamo più familiari, e che ci confermano la giustezza delle nostre idee. Goethe le chiamava “affinità elettive”: assorbiamo ciò che ci è più affine, in cui ci riconosciamo e identifichiamo nel profondo. Amiamo sentire ciò che vogliamo sentire. Tra l’altro, è accertato che questa tendenza viene favorita e amplificata dagli algoritmi dei social network, e anche da alcune pagine create ad hoc, che indirizzano post e notizie verso utenti e obiettivi prefissati. Per poterci districare bene abbiamo quindi bisogno di una base culturale formata e sviluppata, in quanto nel “minestrone” di internet c’è tutto e il contrario di tutto: idee e opinioni di ciascuno pubblicate e condivise con chiunque altro, in piena uguaglianza. E in piena libertà.

Libertà, appunto. Ma cos’è la libertà? Anche qui, ci viene incontro Giorgio Gaber che nel suo brano omonimo del 1973 ci spiega la sua visione di libertà. Che non è quella di chi, libero e sprovveduto di fronte alla Natura, non è capace di discernere tra il bene e il male, né di prendere decisioni. O si sente libero, potente e incontrastato grazie alla propria forza e intelligenza. No, libertà è “partecipazione”. Implica partecipare alla società, decidere, assumersi le proprie responsabilità.

E dunque al motto della rivoluzione francese andrebbe forse aggiunto un altro termine, senza il quale almeno i primi due resteranno sempre in conflitto. La libertà di ognuno non deve invadere il campo altrui e finisce laddove inizia la libertà dell’altro. E l’uguaglianza non vuol dire godere di diritti senza assumersi doveri, ché tanto poi tutto si condivide… Entrambi i termini vanno bilanciati e gestiti con grande responsabilità. Ecco, un rivoluzionario preveggente di due secoli fa avrebbe forse potuto aggiungere l’ultimo tassello mancante: la responsabilité.

(3 – Fine)

© Louis Petrella

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