il pozzo delle donne

Non so come siano le donne di oggi, le ragazze, le giovani, le adolescenti, coloro che presto, prestissimo, saranno al posto delle quarantenni e delle cinquantenni che ora sono “al comando”, come può stare al comando una donna in un mondo costruito su strutture maschili. Sembrano di una pasta magari fragile ma densa, sembrano già forgiate per il combattimento, sembrano più determinate, probabilmente più lucide. Forse sono così diverse da come sono state le donne delle generazioni precedenti, che questo scritto non avrà alcuna importanza per loro. Però ripesco ora uno scambio su cui mi è capitato di lavorare qualche anno fa, mentre preparavo un documentario su una donna intellettuale dimenticata – tanto per cambiare – Alba de Céspedes. Lei era una scrittrice, giornalista – la prima direttrice donna di un periodico coltissimo e di sapore internazionale “Mercurio”, che aveva inventato lei stessa, una donna che era scappata da Roma dopo l’8 settembre del ’43 e, attraverso peripezie incredibili, che racconta nei suoi puntualissimi diari, era riuscita ad arrivare a sud dove, con altri fuoriusciti, gestiva la celeberrima Radio Bari, voluta dagli inglesi in zona liberata, che dava notizie e informazioni all’Italia ancora sotto il giogo nazifascista.

Alba, nel suo Mercurio, aveva ospitato un bell’articolo dell’amica e sodale Natalia Ginzburg – fortunatamente ancora  impressa nella memoria degli italiani, scrittrice, politica, giornalista – Discorso sulle donne. Ne riporto uno stralcio:

L’altro giorno m’è capitato fra le mani un articolo che avevo scritto subito dopo la liberazione e ci sono rimasta un po’ male. Era piuttosto stupido: quel mio articolo parlava delle donne in genere, e diceva delle cose che si sanno, diceva che le donne non sono poi tanto peggio degli uomini e possono fare anche loro qualcosa di buono se ci si mettono, se la società le aiuta, e così via. Ma era stupido perché non mi curavo di vedere come le donne erano davvero: le donne di cui parlavo allora erano donne inventate, niente affatto simili a me o alle donne che m’è successo di incontrare nella mia vita; così come ne parlavo pareva facilissimo tirarle fuori dalla schiavitù e farne degli esseri liberi. E invece avevo tralasciato di dire una cosa molto importante: che le donne hanno la cattiva abitudine di cascare ogni tanto in un pozzo, di lasciarsi prendere da una tremenda malinconia e affogarci dentro, e annaspare per tornare a galla: questo è il vero guaio delle donne.
Le donne spesso si vergognano d’avere questo guaio, e fingono di non avere guai e di essere energiche e libere, e camminano a passi fermi per le strade con bei vestiti e bocche dipinte e un’aria volitiva e sprezzante (…)
Ho conosciuto moltissime donne, e adesso sono certa di trovare in loro dopo un poco qualcosa che è degno di commiserazione, un guaio tenuto più o meno segreto, più o meno grosso: la tendenza a cascare nel pozzo e trovarci una possibilità di sofferenza sconfinata che gli uomini non conoscono forse perché sono più forti di salute o più in gamba a dimenticare se stessi e a identificarsi col lavoro che fanno, più sicuri di sé e più padroni del proprio corpo e della propria vita e più liberi. Le donne incominciano nell’adolescenza a soffrire e a piangere in segreto nelle loro stanze, piangono per via del loro naso o della loro bocca o di qualche parte del loro corpo che trovano che non va bene , o piangono perché pensano che nessuno le amerà mai o piangono perché hanno paura di essere stupide o perché hanno pochi vestiti; queste sono le ragioni che danno a loro stesse ma sono in fondo solo dei pretesti e in verità piangono perché sono cascate nel pozzo e capiscono che ci cascheranno spesso nella loro vita e questo renderà loro difficile combinare qualcosa di serio.
Le donne pensano molto a loro stesse e ci pensano in modo doloroso e febbrile che è sconosciuto a un uomo. Le donne hanno dei figli, e quando hanno il primo bambino comincia in loro una specie di tristezza che è fatta di fatica e di paura e c’è sempre anche nelle donne più sane e tranquille. E’ la paura che il bambino si ammali o è la paura di non avere denaro abbastanza per comprare tutto quello che serve al bambino, o è la paura d’avere il latte troppo grasso o d’avere il latte troppo liquido, è il senso di non poter più girare tanto i paesi se prima si faceva o è il senso di non potersi più occupare di politica o è il senso di non poter più scrivere o di non poter più dipingere come prima o di non poter più fare delle ascensioni in montagna per via del bambino, è il senso di non poter disporre della propria vita , è l’affanno di doversi difendere dalla malattia e dalla morte perché la salute e la vita della donna è necessaria al suo bambino.(…) Le donne sono una stirpe disgraziata e infelice con tanti secoli di schiavitu sulle spalle e quello che dovono fare è difendersi dalla loro malsana abitudine di cascare nel pozzo ogni tanto, perchè un essere libero non casca quasi mai nel pozzo e non pensa così sempre a se stesso ma si occupa di tutte le cose importanti e serie che ci sono al mondo e si occupa di se stesso soltanto per sforzarsi di essere ogni giorno più libero. Così devo imparare a fare anch’io per la prima perchè se no certo non potrò combinare niente di serio e il mondo non andrà mai avanti bene finchè sarà così popolato d’una schiera di esseri non liberi.

Sono certa che molte donne che leggono queste parole della Ginzburg, fatte le dovute differenze di tempi e di preoccupazioni, ci si ritrovano. Quel pozzo – mi chiedo – è lì pronto ad inghiottire – seppure periodicamente – anche le giovani, le giovanissime? Se così fosse, c’è la risposta dell’amica e sodale Alba de Céspedes, che cambia punto di vista sulla questione, e può venirci in aiuto:

Mia carissima, voglio scriverti due parole appena finito di leggere il tuo articolo. E’ così bello e sincero che ogni donna, specchiandosi in esso, sente i brividi gelati nella schiena. Tuttavia, per un momento, avevo pensato di non pubblicarlo, temendo di commettere un’indiscrezione verso le donne nel rivelare questo loro segreto. Inoltre pensavo che gli uomini lo avrebbero letto distrattamente, o con la loro vena d’ironia, senza intuire l’accorata disperazione e il disperato vigore che è nelle tue parole, e avrebbero avuto una ragione di più per non capire le donne e spingerle ancora più spesso nel pozzo. Ma poi ho pensato che gli uomini dovrebbero infine tentare di capire tutti i problemi delle donne; come noi, da secoli, siamo sempre disposte a cercare di capire il loro. Ti dirò che nel pubblicare il tuo “discorso” ho dovuto vincere un senso istintivo di pudore: lo stesso, certo, che tu avrai dovuto vincere nello scriverlo. Poiché anch’io, come tutte le donne, ho grande e antica pratica di pozzi: mi accade spesso di cadervi e vi cado proprio di schianto, appunto perché tutti credono che io sia una donna forte e io stessa, quando sono fuori dal pozzo, lo credo.
Ma – al contrario di te- io credo che questi pozzi siano la nostra forza. Poiché ogni volta che cadiamo in un pozzo noi scendiamo alle più profonde radici del nostro essere umano, e nel riaffiorare portiamo in noi esperienze tali che ci permettono tutto quello che gli uomini- i quali non cadono mai nel pozzo- non comprenderanno mai.
Nel pozzo sono pure le più dolorose e sublimi verità dell’amore, anzi, sono nel fondo più profondo di ogni pozzo, ma le donne, tutte le donne delle quali tu parli, vi crollano dentro così pesantemente da riuscire a toccarle. E noi siamo spesso infelici in amore appunto perché vorremmo trovare un uomo che anche lui cadesse qualche volta nel pozzo e, tornando su, sapesse quello che noi sappiamo. Questo è impossibile, vero, cara Natalia?, e perciò è impossibile per noi veramente essere felici in amore. Ma quando si cade nel pozzo si sa anche che essere felici non è poi molto importante: è importante sapere tutto quello che si sa quando si viene su dal pozzo.
Del resto- tu non lo dici ma certo lo pensi- sono sempre gli uomini a spingerci nel pozzo, magari senza volerlo.(…)  E gli uomini non solo ignorano l’esistenza di questi pozzi, e tutto ciò che si impara quando si cade in essi, ma ignorano anche d’esser proprio loro a spingervi le donne con tanta spietata innocenza.

E qui il colpo di genio di una vera combattente, di una femminista, di una resistente a oltranza:


Vedi, cara Natalia, proprio a proposito di questi pozzi io ho tanto insistito perché Maria Bassino, uno dei maggiori penalisti italiani, difendesse il diritto delle donne ad essere magistrati. Perché spesso è proprio nel fondo del pozzo che le donne uccidono, rubano, compiono insomma tutti quei gesti che le umiliano, soprattutto perché sono contrari al naturale rispetto che ogni donna deve a se stessa.
Anche i magistrati ignorano tutto ciò, perché i magistrati – appunto- sono uomini. E non è giusto che le donne siano giudicate soltanto da chi non conosce come esse sono veramente, e perché agiscano in un modo piuttosto che in un altro, mentre gli uomini sono sempre giudicati da coloro che, per essere della loro stessa natura, sono i più adatti ad intenderli.
Chi scende nel pozzo conosce la pietà. E come si può vivere, agire, governare con giustizia senza conoscere la pietà?
Tu dici che le donne non sono esseri liberi : e io credo invece che debbano soltanto acquisire la consapevolezza delle virtù di quel pozzo e diffondere la luce delle esperienze fatte al fondo di esso, le quali costituiscono il fondamento di quella solidarietà, oggi segreta e istintiva, domani consapevole e palese. Che si forma fra le donne anche sconosciute l’una all’altra(…)
Scusa, mia cara, questa lunga lettera. Ma volevo dirti che, a parer mio, le donne sono esseri liberi. E, tra l’altro, volontariamente accettano di essere spinte nel pozzo; delle sofferenze che esse patiscono nel pozzo vorrei parlarti a lungo, perché tutte le sofferenze sono nella vita delle donne; ma allora, per essere perfettamente onesta, dovrei anche parlarti di tutte le gioie che esse trovano in loro.
E di questo non posso parlarti oggi perché mi trovo- come spesso- nel pozzo.
Alba de Cèspedes
In questo scambio c’è tutto: la solitudine femminile di essere al centro del mondo senza avere la possibilità di gestirlo, il dolore di essere indispensabili senza riconoscimento, ma soprattutto la lontananza dal sentire dell’uomo che storicamente schernisce la profondità, forse per sfuggire alle brame del pozzo, chissà!
Ma c’è anche la lotta per l’emancipazione femminile, e quella nota della de Céspedes sulla penalista Bassino è chiara: le donne hanno avuto la possibilità di diventare magistrate solo il 9 febbraio 1963, più di quindici anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione. Dopo l’approvazione della norma ci furono i concorsi, quindi, tra una lungaggine e l’altra, le prime otto donne indossarono la toga nel 1965.
E questa è storia, la lunga e faticosa storia delle donne che per ottenere gli stessi diritti degli uomini, sono costrette a lottare.
Se le ragazze sentono ancora il fascino di quel pozzo io non lo so, ma se così fosse, spero abbiano imparato a  usarlo come una chance in più per diventare sempre più forti.
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