Cari Mora – Thomas Harris

Cari Mora è una ragazza colombiana di venticinque anni, ex guerrigliera coatta delle FARC, Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, nelle quali era stata costretta ad arruolarsi a undici anni.
Fuggita dalle FARC, vive ora negli Stati Uniti, a Miami Beach, e fa la guardiana di una villa appartenuta a Escobar, nella quale si cela un tesoro favoloso, venticinque milioni di dollari in lingotti d’oro.
Tra i vari gruppi malavitosi determinati a impadronirsi dei lingotti c’è quello cui fa capo l’attuale locatario della villa, Hans-Peter Schneider, un individuo sadico e glabro che, tra i vari loschi affari, gestisce anche quello del traffico di ragazze sequestrate e vendute a clienti che foraggiano le loro fantasie deviate infliggendo alle malcapitate, prima di ucciderle, crudeli e cruente mutilazioni.
Hans-Peter giocherella anche con una specie di lavatrice nella quale mulinano i resti delle sue vittime femminili che, a fine ciclo, ridotti allo stato liquido, possono essere eliminati ecologicamente gettandoli direttamente nello scarico del lavandino.
Ah, dimenticavo, ovviamente Hans-Peter non vede l’ora di avere tra le sue grinfie la bella Cari che, con le braccia tatuate da cicatrici risalenti al suo drammatico passato di guerrigliera bambina, gli infiamma le fantasie più perverse.
Bisognerebbe leggere questo romanzo ignorandone la paternità.
Perché è inevitabile nutrire grandiose aspettative quando ci si cimenta nella lettura di un racconto scritto da uno dei più grandi maestri, per me il più grande, del genere letterario psichiatrico-thriller.
E’ inevitabile volare col pensiero e con il cuore ad Hannibal, il divino Dottor Lecter, creato da Thomas Harris quarant’anni fa, il “cattivo” più famoso e affascinante della letteratura di tutti i generi.

Ma questo nuovo romanzo, pubblicato dall’autore dopo 12 anni di silenzio, è un’altra storia.
Sembra a tratti un romanzo scritto da un promettente esordiente al quale l’editore abbia fatto bruciare le tappe, e quando ti ricordi che l’ha scritto il grande Harris, non puoi fare a meno di considerarlo quale un romanzo appartenente ad una sua travagliatissima fase di transizione.
Il romanzo è un pulp, la vena ironica ben calcata, quella autoironica pure, espressa con l’omaggio al suo Hannibal che l’autore si-ci concede, quando ad un gaglioffo fattorino in un circuito di traffico degli organi, fa mangiare uno dei due reni pronti per essere impiantati, considerando che “tanto si vive anche con uno solo.”
Concludo profetizzando che probabilmente questo romanzo non sarà ricordato come l’opera più rappresentativa del grande maestro, ma a me basta che sia servita a riconsegnarci un Thomas Harris del quale sentivo tanto la mancanza, e chi se ne importa se è un Harris che a settantotto anni non ha ancora capito cosa farà da grande, visto che lui grande, tanto grande, già lo è, incastonato in posizione primaria nel firmamento degli scrittori più amati e imitati della nostra epoca.