Una storia sbagliata

Un titolo indicativo, il titolo della canzone che De Andrè gli dedicò per riproporre il ricordo di un grande intellettuale a pochi giorni dalla ricorrenza della morte all’alba del 2 novembre 1975.

Una tragica notte

Il mio primo vero incontro con Pasolini fu anche l’ultimo incontro possibile. La foto su un giornale del suo corpo straziato.
La notte tra il primo e il due novembre del 1975 fu trovato ucciso all’idroscalo di Ostia in un misero spiazzo tra baracche abusive. Trovò la morte così, in maniera brutale, il corpo devastato e completamente ricoperto dal suo sangue, la camicia strappata e anch’essa intrisa del suo sangue.
I carabinieri più tardi intercettarono la sua auto, una GT 2000, che sfrecciava veloce con alla guida Pino Pelosi, un ragazzo di vita di diciassette anni di Setteville di Guidonia.
Pino Pelosi risultò essere stato a cena con Pierpaolo in una trattoria del quartiere Ostiense “al biondo Tevere” prima di appartarsi con lui all’idroscalo.
Confessò subito; il caso sembrava essere risolto.
I due si appartano, poi scoppia la lite, Pasolini non riesce a fuggire alla furia del suo assassino e cade a terra, colpito più volte con molta violenza, con un pezzo di legno, ma è ancora vivo.
Pelosi si infila nell’auto, e passa più volte sul corpo di Pierpaolo uccidendolo.
Questa la storia ufficiale.
Pasolini era un omosessuale che non nascondeva la sua passione per i giovani sottoproletari.
Ma la certezza che le cose andarono davvero cosi finì nel giro di poche ore.
I suoi amici più cari tra cui Oriana Fallaci e Laura Betti dichiararono che il “delitto Pasolini” era un delitto politico, tesi avallata da alcune testimonianze di abitanti della zona che non avevano visto, ma che sentirono molte voci partecipare alla colluttazione, un gruppo insomma.
Poi era un uomo forte e atletico asserivano, giocava a calcio e non era facile atterrarlo.
Pasolini in quegli ultimi mesi aveva attaccato la DC accusandola di continuità col fascismo e aveva pubblicato “Petrolio”, aveva insomma tirato nuovamente fuori il caso Mattei facendo direttamente il nome di Eugenio Cefis, successore di Mattei stesso alla presidenza dell’Eni, come mandante presunto.
Non è cosa da poco. Pasolini non piaceva alla destra ne alla sinistra nonostante fosse stato militante del PCI poi cacciato per la sua omosessualità.
Un personaggio scomodo che stava dalla parte dei celerini proletari anziché dei contestatori figli della borghesia, era contro l’aborto.
Pelosi comunque fu condannato e nel 1985 durante la show di Maurizio Costanzo ritrattò asserendo di non essere stato solo quella notte, ma in compagnia di un gruppo di giovani con l’accento siciliano che imprecando nel loro dialetto massacrarono di botte Pierpaolo.
Questa fine e le immagini mi colpirono. Non avevo letto nulla di Pasolini cercai immediatamente di colmare questa mia lacuna, almeno cosi sentivo di dover fare.
In libreria comprai “Scritti corsari” non avendo nemmeno bene capito di cosa trattasse il libro, tanta era la foga di prendere contatto col pensiero di Pasolini.
Diciott’anni i miei, molto diversi dai diciott’anni di oggi dal punto di vista dell’informazione.
Niente social, niente gadgets elettronici, c’era solo la tv e la carta con cui si stampavano quotidiani, riviste e libri e immaginate un po’ niente internet ne Wikipedia.
Lessi tutto d’un fiato. Mi si aprì un mondo fatto di una raffinata analisi sulla società italiana.
Lessi del conformismo, del degrado culturale, dei mali e anche delle angosce in fondo, che la attanagliavano, ma anche il suo coraggio di un andare in controcorrente allora con delle tesi politiche ancora valide oggi.

L’omologazione culturale

“Che cos’è la cultura di una nazione?” Correntemente si crede, anche da parte di persone colte, che essa sia la cultura degli scienziati, dei politici, dei professori, dei letterati, dei cineasti ecc.: cioè che essa sia la cultura dell’intelligencija. Invece non è così. E non è neanche la cultura della classe dominante, che, appunto, attraverso la lotta di classe, cerca di imporla almeno formalmente. Non è infine neanche la cultura della classe dominata, cioè la cultura popolare degli operai e dei contadini. La cultura di una nazione è l’insieme di tutte queste culture di classe: è la media di esse. E sarebbe dunque astratta se non fosse riconoscibile – o, per dir meglio, visibile – nel vissuto e nell’esistenziale, e se non avesse di conseguenza una dimensione pratica. Per molti secoli, in Italia, queste culture sono stato distinguibili anche se storicamente unificate. Oggi – quasi di colpo, in una specie di Avvento – distinzione e unificazione storica hanno ceduto il posto a una omologazione che realizza quasi miracolosamente il sogno interclassista del vecchio Potere. A cosa è dovuta tale omologazione? Evidentemente a un nuovo Potere.”
(P.P. Pasolini)

Altra cosa fondamentale che imparai da Pasolini è la cosa più importante che lui intuì assai prima che avvenisse, col termine che oggi chiamiamo “Globalizzazione”.
Fu come lo svilupparsi dell’economia e quindi la crescita dei consumi e l’esasperazione del capitalismo distruggeranno poi le abitudini e i riferimenti culturali delle realtà sociali.
Unita alla decadenza della cultura e della civiltà contadina e alla devastazione delle identità e peculiarità delle piccole comunità compiuta anche attraverso il potere dei media
fino a portare ad un unico modello culturale, sociale e comportamentale di tipo occidentale.

Ma chi era Pasolini
Fu regista cinematografico e teatrale, scrittore e poeta.
Il padre era un ufficiale di carriera e nei primi anni di vita Pasolini con la famiglia ne seguì gli spostamenti.
Nel 1943 con la madre e il fratello più piccolo Guido ( morto nella lotta di liberazione ) si trasferì nel paese di origine della mamma Casarsa della Delizia in Friuli, il padre, che era stato fatto prigioniero in Africa, sarebbe tornato solo alla fine della guerra.
Si laureò all’università di Bologna nel 1945 presentando una tesi su Pascoli.
Pierpaolo e la mamma nel 1950, per sfuggire allo scandalo provocato dalla pubblica denuncia della sua omosessualità, si stabilì con la madre a Roma.
Da questo momento la vita di Pasolini fu completamente dedicata alla testimonianza della sua diversità in tutti i campi della società civile e culturale e purtroppo anche giudiziaria.

L’opera letteraria di Pasolini
Nel 1942 Pasolini esordì scrivendo una raccolta di poesie in friulano “Poesie a Casarsa” e “La meglio Gioventù” nel 1954 che poi riprese nel 1975 con nuovi testi in “La nuova gioventù”.
Pasolini era mosso da un desiderio di purezza attraverso la riscoperta di un lingua intatta.
Si mosse in seguito sempre con lo stesso spirito verso la creazione di due antologie “Poesia dialettale del novecento” nel 1952 in collaborazione con M. Dell’Arco e “Canzoniere Italiano”.
Dal punto di vista critico/letterario Pasolini venne affascinato dal sociologismo d’ispirazione Gramsciana e una serie di suoi interventi sulla letteratura contemporanea, e soprattutto sulla poesia sarebbero più tardi confluiti in una raccolta “Passione e ideologia“ 1960.
La vera affermazione di Pasolini pero avvenne negli anni 1950.
Nel 1955 scrisse “Ragazzi di vita” per cui subì un processo d’oscenità e nel 1959 “Una vita violenta”, quest’ultimo pero non sembro avere l’approvazione della critica marxista e fu accolto freddamente.
Nel 1957 pubblico una raccolta di poesie in lingua “Le ceneri di Gramsci”,
Praticò anche altri mezzi d’espressione: il cinema, del quale si sarebbe poi occupato anche in veste di teorico, il teatro “Orgia” del 1968; “Affabulazione” del 1969; “Calderón” del 1973 e il giornalismo soprattutto, dal 1973 in poi , con le famose collaborazioni al Corriere della sera, con altre di altra provenienza in “Scritti corsari” del 1975. In ritardo rispetto alla data di composizione, erano intanto apparsi il romanzo “Il sogno di una cosa” del 1962 e le prose narrative di “Alì dagli occhi azzurri” del 1965, oltre a vari scritti minori. Postume, in ordine sparso, sono uscite raccolte di scritti giornalistici “Lettere luterane” del 1976; “Le belle bandiere” del 1977; “Il caos” del 1979, di critica letteraria “Descrizioni di descrizioni” del 1979; “Il portico della morte” del 1988, opere narrative “La divina mimesis” del 1975; “Amado mio” del 1982; “Petrolio” del 1992, romanzo che rimase incompiuto e che porta a livello di quasi incandescenza tutti i temi dello scrittore, e poi le raccolte complete dei suoi testi teatrali “Teatro” del 1988 e poetici “Bestemmia. Tutte le poesie” del 1993

Il cinema di Pasolini
Pasolini, operò a partire dal 1954 come sceneggiatore con Mario Soldati in “La donna del fiume”; con Federico Fellini in “Le notti di Cabiria”; con Mauro Bolognini in “Marisa la civetta”, “Giovani mariti”, “La notte brava”, “Il bell’Antonio”, “La giornata balorda”; e, insieme ad altri con Bernardo Bertolucci in “La commare secca” di cui autore anche del soggetto. Pasolini. Dapprima trasferì i frutti della sua ricerca narrativa in “Accattone” del 1961; “Mamma Roma”, del 1962; “La ricotta” un episodio del film collettivo Ro.Go.Pa.G., del 1963, condannato poi per vilipendio alla religione di stato, cercando di reinventare un linguaggio cinematografico autonomo di alta qualità figurativa. Pasolini approdò a risultati più compiuti nel “Il Vangelo secondo Matteo” del 1964, in cui riuscì attraverso un’armonica fusione di letteratura cinema pittura e musica dando inizio a quel “cinema di poesia” di cui Pasolini fu uno dei più convincenti teorici (“Il cinema di poesia” 1965; “Osservazioni sul piano sequenza” 1967; “Empirismo eretico” 1972). Su questa linea, i film che seguirono, soprattutto “Edipo re” del 1967, “Teorema” del 1968 e “Medea” del 1969 con la splendida Callas, accesi da un realismo visionario che, nonostante scarti e manifeste libertà, sorregge poi anche gli impegni drammatici e linguistici dei film della “trilogia della vita” (o, come altri l’hanno definita, “dell’Eros“), partiti alla riscoperta del sesso attraverso una rilettura delle fonti della grande favolistica mondiale: “Decameron” del 1971, “I racconti di Canterbury” del 1972, “Il fiore delle Mille e una notte” del 1974. L’ultimo film, uscito postumo, “Salò o le 120 giornate di Sodoma” del 1976, luttuosa metafora del potere e interpretazione in chiave provocatoria del libro omonimo di Sade. Non vanno dimenticati “Che cosa sono le nuvole?” dal film collettivo “Capriccio all’italiana” del del 1968 e “Porcile” del 1969. Rimane un grande esempio del cinema d’inchiesta “Comizi d’amore” del 1965, indagine in un bianco e nero splendido sulla sessualità nell’Italia dei primi anni Sessanta, condotta da Pasolini insieme a Moravia e Musatti. Esemplare parabola della storia d’Italia, dalla predicazione francescana ai funerali di Togliatti, è “Uccellacci e uccellini” del 1966 con un grande Toto, ultima “legenda aurea” della civiltà italiana.

Paolo Montesi

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