LE DONNE di PASOLINI

 

Pasolini ama le donne. È innegabile. La più importante è sicuramente Susanna Colussi, la madre. Di origini contadine, svolge il ruolo di maestra elementare trasferendo al figlio l’amore per la letteratura. È lei che gli mostra come la poesia possa essere materialmente scritta con un sonetto che compone per esprimergli tutto il suo amore. Qualche giorno dopo Pierpaolo inizierà a scrivere i suoi primi versi, ha sette anni. Dopo i fatti di Ramuscello del ’49, madre e figlio lasciano Casarsa e si rifugiano a Roma vivendo i primi anni in borgata e sfiorando la fame. A lei dedica la poesia “Supplica a mia madre” che, scritta il 24 aprile 1962, viene inserita nella prima edizione del libro Poesia in forma di rosa ( 1961-1964), Garzanti, Milano 1964. Pasolini la vorrà come attrice in Teorema e, nel ruolo della Madonna, in Il Vangelo secondo Matteo

Supplica a mia madre

È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.
Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

Molte saranno le donne che Pasolini incontra nella sua vita, ma solo alcune diventeranno soggetti delle sue poesie, attrici dei suoi film, complici e compagne importanti.

Giovanna Bemporad, è “un’equilibrista”, come dice Pier Paolo citando Cocteau, e come tutti gli equilibristi “cammina sul vuoto e sulla morte”. Poliglotta e poetessa, enfant prodige del Liceo Galvani di Bologna, conosce perfettamente il greco, il latino, l’ebraico e il sanscrito. A tredici anni traduce l’Eneide in trentasei notti.  A diciassette anni, con la traduzione in endecasillabi dell’Odissea, accolta in parte nell’Antologia dell’Epica (Firenze, E. Bemporad), guadagna i primi soldi e abbandona la scuola per dedicarsi completamente alla poesia. Vive in modo non convenzionale, va in giro senza scarpe, non cura il suo aspetto esteriore, è antifascista e atea convinta. Diventa amica intima di Pasolini quando questi frequenta l’università di Bologna, è lei la prima persona che ricerca a Bologna nei suoi ritorni dal Friuli. La coinvolgerà nell’esperimento didattico di San Giovanni di Casarsa come insegnante di greco e inglese nella scuola privata che, nell’autunno del 1943, Pier Paolo apre per i bambini del luogo, per lo più figli di contadini, impossibilitati a seguire corsi regolari a causa della guerra. Quando Giovanna pubblicherà nel 1948 la raccolta Esercizi, opera mai conclusa, edizione Urbani e Pettenello, Pasolini sarà il primo a recensirla sul giornale veneziano “Il Mattino del Popolo”. La sua poesia pura però verrà messa in crisi da Pasolini, che nel dopoguerra propone con forza la poesia civile (Le ceneri di Gramsci). Di lui dirà in un’intervista: “Se esisteva lui come poeta, non potevo più esistere io”.

Silvana Mangano.  La Mangano richiama in Pasolini ricordi ancestrali, materni. Di lei dice che  “è una donna spirituale e sensuale al tempo stesso, ha il profumo di primule di mia madre giovane. ”Per Silvana, l’incontro con Pasolini, avvenuto fra il 1967 e il 1968, prima con la partecipazione dell’attrice alla fiaba La terra vista dalla luna, nell’ambito del film ad episodi Le streghe, poi con il sublime Edipo re, in cui la Mangano è una indimenticabile Giocasta, infine con Teorema, pone il suggello definitivo su un’immagine femminile, misteriosa, e, corporeamente, quasi astratta. Svilisce il suo corpo di maggiorata amato dal sistema maschilista dell’epoca rifiutando il cibo e sfiorando l’anoressia. E’ così  che l’attrice, diventata celebre nei panni della mondina protagonista di Riso amaro (1948, regia di Giuseppe De Santis), si presenta nei film di Pasolini magrissima, quasi diafana, perseguendo un silenzioso accanimento contro i filmetti che era stata costretta a recitare.
E’ il 1968, Teorema ha conquistato il pubblico francese, ma in Italia scatena una bufera, come sempre accade per tutte le opere pasoliniane. Pier Paolo Pasolini scrive a Silvana Mangano, splendida protagonista di Teorema, per chiederle perdono dello scandalo che il film ha suscitato e che li coinvolge entrambi. “Cara Silvana, è tanto che ti devo una lettera. Una lettera, se non «un mazzo di magnifiche rose». Invece di scrivertela privatamente, te la scrivo pubblicamente. Ciò non pone dei limiti alla confidenza e all’affetto, ma le conferisce, forse, un maggior valore (…) La tua bellezza amara: che si offre, incombente, come una teofania, uno splendore di perla; mentre in realtà, tu sei lontana. Appari dove si crede, si lavora, ci si dà da fare: ma sei dove non si crede, non si lavora, non ci si dà da fare. Richiamata qua da un obbligo che (chissà perché) si ha vivendo, resta la realtà della tua lontananza, come una lastra di vetro fra te e il mondo. Senza che ce lo siamo mai detto (dato il selvaggio pudore) la mia anima era spesso con te, dietro quel vetro. (…)(
Da “Lettera aperta a Silvana Mangano”, in «Tempo illustrato», 47, Milano-Roma

Con Oriana Fallaci, pur non condividendo alcuni pensieri e trovandosi spesso in polemica, instaura una forte amicizia tanto da spingere la scrittrice a realizzare una controinchiesta sugli avvenimenti legati alla sua morte. Inoltre gli scriverà una bellissima lettera di addio il 16 novembre 1975. “Da qualche parte, Pier Paolo, mischiata a fogli e giornali e appunti, devo avere la lettera che mi scrivesti un mese fa. Quella lettera crudele, spietata, dove mi picchiavi con la stessa violenza con cui ti hanno ammazzato. (…) Dicono che tu fossi capace d’essere allegro, chiassoso, e che per questo ti piacesse la compagnia della gioventù: giocare a calcio, per esempio, con i ragazzi delle borgate. Ma io non ti ho mai visto così. La malinconia te la portavi addosso come un profumo e la tragedia era l’unica situazione umana che tu capissi veramente. Se una persona non era infelice, non ti interessava. Ricordo con quale affetto, un giorno, ti chinasti su me e mi stringesti un polso e mormorasti: “Anche tu, quanto a disperazione, non scherzi!” (…)

Ci sono tre figure femminili che sfiorano il rapporto amoroso nella vita del poeta: Silvana Mauri, Laura Betti e Maria Callas

Di questo trittico platonico, Silvana Mauri è il personaggio più schivo. «Come è accaduto che io, ragazza borghese, senza radici paesane, eterosessuale, e lui allora, tutto pervaso e raccolto di poesia casarsese… studente diligente, omosessuale, ci siamo inseguiti per tutta la vita, scritti, raccontati, raggiunti… dentro la sua vita che sempre più si separava dalla mia?». Conosce Pasolini negli anni universitari di Bologna, ma solo qualche anno dopo, quando lui ha 25 anni e lei 27, si ritrovano a Roma e trascorrono insieme un periodo felice fatto di passeggiate a Trastevere e profonde conversazioni. «I moderni non possono capire ciò che ci ha uniti. Fu una passione unica, irripetibile. La mentalità moderna non può immaginarle certe cose, la passione gratuita per cui tra un uomo e una donna non ci sia immediatamente il sesso». Così la Mauri descrive in un’intervista il suo rapporto con Pasolini.

Laura Betti. «La storia d’amore più bella e impossibile del cinema italiano», è stato definito così il rapporto tra Pier Paolo Pasolini e Laura Betti, protagonista della stagione cinematografica italiana degli Anni 70 e più volte immortalata dalla macchina da presa del poeta. Laura Betti va oltre quella definizione: lei stessa si definisce la «moglie non carnale» di Pasolini diventando, dopo l’omicidio, una vedova immaginaria.
Legata al poeta da un’unione viscerale, dopo la sua morte dedica gran parte delle sue energie a tener in vita la sua memoria tramite iniziative come l’istituzione del Fondo Pasolini nel 1980 che nel 2004 confluirà nel Centro Studi Pier Paolo Pasolini della Cineteca di Bologna  e la presentazione al Festival di Venezia del 2001 di una pellicola su Pasolini intitolata La ragione di un sogno. In questo film viene espresso l’amore e la stima che la Betti ha per il poeta, e la consapevolezza che è un anticipatore di un disastro mondiale: l’industrializzazione, l’imborghesimento dell’uomo a canoni di vita imposti dal progresso

Maria Callas viene chiamata da Pasolini regista nel 1969 per interpretare Medea, la tragedia di Euripide rivisitata con sfumature e epilogo diversi.
Scrive la sceneggiatura pensando a lei, ai suoi tratti somatici greci, ai suoi occhi che emanano tristezza  e magicità allo stesso tempo. “In questo caso sapevo che sarebbe stata la Callas, quindi ho sempre calibrato la mia sceneggiatura in funzione di lei”.(Pasolini 1991).
L’amicizia tra la “divina” e il regista diventa  molto forte durante le riprese del film. Vengono entrambi da due delusioni amorose, lui soffre per Ninetto Davoli, lei per  Onassis che la lascia per sposare Jacqueline Kennedy. In un momento di fragilità e intima sofferenza, i due intrecciano un legame talmente profondo che lei vorrebbe sposarlo. Sa che lui è omosessuale, ma pensa assurdamente di redimerlo.

 

Bibliografia:
Wikipedia
“RAZZA SACRA”, PASOLINI E LE DONNE (APPUNTI PER UNA RICERCA), a cura di Giuseppe Garrera e Sebastiano Triulzi, ed. Cambiaunavirgola, luglio 2019

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