Don Carlos

L’opera competa

 

oppure questa versione

Chiusi in casa con più tempo del solito a disposizione, è il momento perfetto per l’opera lirica. Consiglio d’immergervi in quella che, in fin dei conti, è la mia preferita, il Don Carlo di Giuseppe Verdi. Così, senza pensarci troppo, come probabilmente si andava all’opera quando era un passatempo più popolare di oggi.

Lavoro monumentale ambientato nella corte di Spagna del cinquecento, il Don Carlo (che nasce a Parigi in francese, quindi Don Carlos) ha avuto una vita lunga e complicatissima, le edizioni sono davvero tante, frutto di vent’anni di modifiche e aggiustamenti da parte dell’autore e dei teatri. Anche oggi è difficile mettersi d’accordo su quale usare: la differenza fondamentale tra le varie versioni è che una, la prima (1867), è in cinque atti, e alla fine ne arriva un’altra (1884) che taglia completamente il primo. Verdi si dichiarò soddisfatto del risultato: “Il Don Carlos è ora ridotto in quattro atti, sarà più comodo, e credo anche migliore, artisticamente parlando. Più concisione e più nerbo”. Si occupava dell’arte, certo, ma anche dei soldi: togliendo il primo atto si risparmiava molto per la messa in scena e, tra musica e cambiamenti di scena, si accorciava di almeno tre quarti d’ora l’impegno del gentile pubblico. Secondo me il primo atto è fondamentale per tenere drammaturgicamente in piedi l’opera e perché c’è della musica meravigliosa. Quindi cinque atti, senza discussione.

 

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