Si fa per ridere (2)

C’è ridere e ridere

Sembra provato che le persone allegre vivano più a lungo. Ma la capacità di ridere non è stata concessa solo all’uomo, come si credeva fino a poco tempo fa: anche gli animali ridono. Per molti anni si è pensato che riconoscere emozioni negli animali fosse solo una forma di antropomorfizzazione e anche la risata è stata ritenuta a lungo un’espressione esclusiva dell’uomo. Ma negli ultimi anni i ricercatori hanno dimostrato che pure gli animali provano emozioni e ridono (quasi) come noi. Certo, la conformazione dei muscoli facciali e delle corde vocali non permettono agli animali di farsi delle risate come noi umani, ma loro ridono quando sono felici e lo fanno con altri mezzi: muovendo la coda, girandosi vorticosamente, saltando, sguazzando nell’acqua (come i delfini).

La capacità di ridere precede, nello sviluppo cerebrale, quella di parlare; emerge molto presto nel neonato e probabilmente anche nell’evoluzione del cervello di altri mammiferi. I circuiti neurali della risata, infatti, si ritrovano in regioni “antiche” del cervello.

Chi ha un cane, sa benissimo come anche i nostri amici a quattro zampe sappiano ridere. Essendo l’uomo un animale sociale gregario esattamente come il cane, ed essendosi le due specie evolute insieme, hanno sviluppato un linguaggio comune. Non dovrebbe dunque sorprenderci che il cane sia in grado di provare ed esprimere le nostre stesse emozioni. Quindi anche i cani sono capaci di ridere: durante l’invito al gioco tirano indietro gli angoli della bocca mostrando la lingua, e appare sul viso un’espressione sorridente, spesso accompagnata da una particolare respirazione. L’ascolto di questo speciale ansimare provoca in altri cani (soprattutto nei cuccioli) l’istinto di prendere dei giocattoli o saltellare gioiosi verso un compagno, confermando così che la risata li spinge a cercare un momento di gioco e rinforza i comportamenti sociali.

Insomma, la risata trasmette emozioni positive e ha il potere di contagiare chiunque: crea un’interconnessione tra gli individui, a qualsiasi specie essi appartengano. Da qui nasce quell’impulso che dicevamo all’inizio, di fare gli spiritosi quando si sta in compagnia.

Esistono però diverse gradazioni e modalità di ridere e sorridere. Si va dal sorriso sommesso di felicità e gioia alla risata allegra di buonumore, a quella comica e ironica, fino alla cattiveria del riso sarcastico e cinico. Il ridere può quindi spaziare gradualmente dall’umorismo all’ironia, alla satira, sino a degenerare nell’invettiva e nell’offesa. Spesso i confini tra l’uno e l’altro di questi modelli di divertimento sono molto labili, relativi, impercettibili. È facile travalicarli senza accorgersene. Abbiamo già visto che anche gli animali ridono, ma la loro “risata” – a parte la manifestazione fisica e corporale, completamente diversa da quella umana – è sempre di gioia e allegria; mai ironica o sarcastica. Il nostro cane non riderà sicuramente se gli raccontiamo una barzelletta o se ci vede scivolare su una buccia di banana. Forse, nemmeno sorride per la gioia di vivere o per la felicità di avere noi e nessun altro come padrone. Ma di certo scodinzolerà e mugolerà di gioia se ci vede prendere la pallina per giocare con lui.

Anche tra le diverse culture umane, e tra i singoli individui, le differenze tra i modi di ridere sono enormi. Lo abbiamo purtroppo visto coi fatti già citati di Parigi e di Charlie Hebdo. Ciò che è satira e ironia per gli uni, è vista come offesa e vilipendio da altri. O non è vista per niente. A parte rari casi di grandi talenti, l’ironia non è universale: l’umorismo inglese di solito lascia del tutto indifferenti gli italiani, così come la comicità italiana non è sempre apprezzata in America.

Anche all’interno di uno stesso Paese ci sono differenze. Molti italiani del nord, ad esempio, non amano la comicità di Totò, mentre i cabarettisti milanesi non divertono così tanto gli italiani del sud. Ma in questi casi le differenze linguistiche e dialettali giocano un ruolo fondamentale, soprattutto in caso di ironia e umorismo verbale.

All’epoca del cinema muto il problema non si poneva, attori come Charlie Chaplin o Buster Keaton erano universalmente apprezzati, così come i mimi e i comici che si esprimevano in linguaggi corporali o surreali, come Jacques Tati, Dario Fo o Mr. Bean.

(2 – Continua)