Si fa per ridere (3)

Dalle comiche alla guerra

Le differenze linguistiche e dialettali giocano un ruolo fondamentale, soprattutto in caso di ironia e umorismo verbale.  All’epoca del cinema muto il problema non si poneva, attori come Charlie Chaplin o Buster Keaton erano universalmente amati, così come i mimi e i comici che si esprimevano in linguaggi corporali o surreali, come Jacques Tati, Dario Fo o Mr. Bean.

Una caratteristica della comicità è quella di essere piatta come un fumetto, mancando di profondità sia spaziale che psicologica. I personaggi comici non hanno un particolare background, non hanno storia né cultura. Spesso non hanno nemmeno una famiglia, li vediamo soli, o in coppia o magari con un cane. Sono solo marionette, e a volte si muovono anche come tali, come facevano Charlot o il primo Totò.

Le loro vicende sono commedie, non drammi né tragedie, i loro bisogni sono basilari (fame, sete, sonno) nulla di più profondo. Dunque anche lo spazio è piatto, a due dimensioni. Ed è luminoso: se avete notato, la comicità non si sviluppa mai di notte, al buio. Non c’è mai oscurità in un film comico, ma sempre luce. Il buio potrebbe essere angosciante, mentre queste commedie servono solo per ridere, non per spaventare o denunciare, non c’è alcuna “morale della favola” o utopia.

Eppure, per contraddizione, i comici ridono poco, e mai di se stessi. L’ilarità scaturisce solo se il comico vive “drammaticamente” la propria situazione. Non si vedrà mai un personaggio comico divertirsi per essersi accorto del ridicolo in cui è caduto. Sarebbe una situazione “normale” e quindi perderebbe tutta la sua efficacia. La comicità nasce proprio dal contrasto, dallo squilibrio tra ciò che ci si aspetta (“normale”) e ciò che sorprende, che è fuori luogo.

Lo stesso conflitto vale anche per l’abbigliamento, che deve esser ridicolo pur se elegante. I già citati Totò e Chaplin vestono con eleganza, frac e bombetta, ma i pantaloni sono troppo corti, la giacca troppo stretta, gli stessi personaggi non si comportano come ci si aspetterebbe da chi veste così. Oliver Hardy, in bombetta e frac anche lui come l’amico Stan Laurel, gioca con la sua cravatta come se fosse un bambino.

Il livello più elementare di comicità è quello indotto dalla gag meccanica, fisica, gestuale, in cui si ride per il semplice gesto in sé; come scivolare su una buccia di banana, o mettere in testa un cappello al contrario. La gag narrativa nasce da equivoci e malintesi, si ride perché si segue una trama, come quando scopriamo alla fine l’esistenza di una comoda strada, dopo che Laurel e Hardy hanno faticato tutto il film per trasportare un pianoforte su una ripida scalinata. La gag psicologica, poi, gioca sui doppi sensi e sulle contraddizioni, fa sapere al pubblico ciò che il protagonista non sa, basata più sui dialoghi, in cui si ride per avere ascoltato e pensato; come in un dialogo in cui un interlocutore parla della propria mucca e l’altro è convinto che stia parlando della moglie, dialogo che va avanti a lungo senza che si chiarisca l’equivoco.

La piattezza e la bidimensionalità cominciano ad assumere spessore e volume man mano che dalla comicità procediamo verso l’umorismo e l’ironìa, che richiedono più riflessione e più profondità di pensiero. E siamo ancora alla risata innocente, neutra. Ma, come dicevamo, dall’ironia alla satira il passo può essere molto breve, quando si individua un oggetto, un obiettivo da prendere di mira, da deridere. Con conseguenze che, come abbiamo visto, possono essere drammaticamente gravi, sebbene involontarie e non cercate. La volontà invece di “far male” si esprime con molta chiarezza nel sarcasmo e nel cinismo, che cominciano a essere una dichiarazione di “guerra”, seppure sul piano della risata, o meglio del ghigno, con chiare volontà bellicose e col rischio di travalicare nell’invettiva e nell’odio.

(3 – Continua)