Lontano lontano (1)

Flatland

Secondo la teoria della relatività di Einstein, il tempo non è che la quarta dimensione spaziale. Anzi, non sappiamo neppure quante siano le dimensioni dello spazio-tempo; quasi certamente più di quattro, forse infinite. Noi percepiamo solo tre dimensioni spaziali (oltre al tempo) a causa delle nostre limitate capacità sensoriali, fisiche e mentali.

Come Edwin Abbott ha brillantemente descritto nel suo surreale romanzo “Flatland”, una figura piatta a due dimensioni non potrebbe mai percepire un “sopra” e un “sotto” rispetto alla sua superficie, allo stesso modo in cui una linea unidimensionale non può rendersi conto che esista qualcosa ai lati della sua traiettoria rettilinea.

In maniera analoga noi possiamo distinguere solo tre dimensioni spaziali, ma altre ne esistono che a noi magari appaiono a volte come fenomeni paranormali o soprannaturali. Anche del tempo abbiamo una percezione limitata e soggettiva: ci pare che il tempo scorra in modo uniforme, indipendentemente dallo spazio. O che semmai siamo noi – assieme al nostro spazio – a scorrere attraverso il tempo. Ma la scienza ormai ci assicura che si tratta solo di un’illusione: lo spazio-tempo è un tutt’uno, a molteplici dimensioni. Il tempo stesso rallenta o accelera a seconda di dove ci si trovi. Certo, un comune mortale imbrigliato nei limiti di una vita umana non ne avrà mai percezione, a parte la frequente constatazione che il tempo passi più in fretta quando ci si diverte.

Eppure a me questa coincidenza tra spazio e tempo, soprattutto in riferimento al passato lontano, sembra di “sentirla” quando ritorno nei luoghi della mia infanzia e gioventù. Un fenomeno che credo di condividere con chi ha vissuto le varie fasi della vita, soprattutto la giovinezza, in località diverse e distanti: gli ambienti dell’infanzia, le case, le strade, i giardini, tutto sembra ancora risiedere nel tempo in cui vi abbiamo trascorso i nostri giorni passati.

(1 – Continua)