La leggerezza di leggere (2)

La scienza dei sentimenti

Immortalità. Parole di persone i cui corpi sono polvere ma che vivono ancora nei loro libri. I libri sono umanità, legame con gli altri, ci distraggono dalle futilità per connetterci con cinquemila anni di civiltà. Nella letteratura scopriamo anche che i nostri desideri, i nostri drammi, i nostri dubbi sono universali, sono appartenuti (e apparterranno) a milioni di altre persone prima e dopo di noi. Non siamo soli.

Leggendo storie altrui, con personaggi diversi da noi, impariamo a capire quello che pensano, che provano gli altri, come soffrono, e questo ci rende più immaginativi, più empatici, più altruisti.  Attraverso i libri impariamo la varietà del mondo, a capire gli altri e a giudicare noi stessi: la nostra esistenza si estende. I libri ci donano tutte le vite che non avremo mai il tempo di vivere, e rendono più chiara, ricca e gratificante quella che stiamo vivendo. Attraverso i libri ci conosciamo meglio, la lettura ci esercita a interpretare il mondo, insegnandoci a dare un senso alla nostra individualità e alla nostra sfera di rapporti, a comportarci più umanamente con il prossimo. Riusciamo così a leggere meglio le intenzioni, le parole, i gesti altrui, senza fraintendere i segnali. I libri educano l’individuo ai valori della civiltà, ci sostengono nella solitudine, ci aiutano a dimenticare le volgarità del mondo, consòlano le nostre delusioni e arricchiscono le nostre passioni. Noi siamo anche fatti di ciò che abbiamo letto.

Anche i romanzi costituiscono una scienza: quella dei sentimenti, dei comportamenti umani, dell’identità, della diversità. Con la lettura finiamo per non dare più troppo peso ai piccoli problemi quotidiani, quelli grandi non ci spaventano e, quando un dolore o una pena ci colpiscono, troviamo i mezzi per consolarci.

È stato anche detto che coloro che resistevano più a lungo agli stenti e alle torture nei campi di concentramento nazisti o nei gulag sovietici non erano i prigionieri più robusti fisicamente, ma quelli che avevano un più elevato livello di cultura e che avevano letto di più. Questi erano infatti maggiormente in grado di “relativizzare” la propria situazione, facendosi partecipi di un disegno più grande di loro, avendo letto e conosciuto storie simili alle proprie. Coloro che basavano la resistenza solo sulla forza fisica cedevano prima, psicologicamente, non vedendo altre vie di uscita. Ne hanno parlato sia Viktor Frankl, sopravvissuto ad Auschwitz-Birkenau, sia Varlam Shalamov, internato in un gulag siberiano.

Montesquieu affermò di non avere mai avuto un dolore che un’ora di lettura non avesse dissipato. Anch’io, nel mio piccolo, pur senza volermi paragonare al grande filosofo francese, cerco le mie consolazioni nella lettura.

(2 – Continua)