Quella volta che Elsa partì per New York

Quella volta che Elsa partì per New York

Nel 1959 Elsa Morante parte per New York dove conosce il pittore Bill Morrow.
Diventano amanti. Lei è innamorata, ha 47 anni, lui 23.
Torna a Roma dopo due mesi, Bill la raggiunge poco dopo e lei lo ospita nello studio ai Parioli che le aveva regalato il marito Alberto Moravia. Nel frattempo lascia la residenza coniugale e si trasferisce in una nuova casa da sola.
Il 1962 Bill Morrow, grazie all’aiuto di Moravia, inaugura una mostra a Roma nella galleria La nuova pesa, ma le critiche lo stroncano. Ad aprile dello stesso anno decide di tornare a New York dove perde tragicamente la vita precipitando dall’Empire State Building. Non sapremo mai se per un atto volontario o dovuto all’effetto di qualche allucinogeno. Sappiamo invece che Elsa dopo la sua morte tenta di lasciarsi morire, rifiuta il cibo, Moravia cerca di imboccarla. Per un anno non esce di casa. Dopo molto tempo ricomincia a scrivere. E scrive una poesia per il suo amore perduto e bellissimo, Bill.
La poesia è Addio ed è contenuta in un libro che vi consiglio, “Il mondo salvato dai ragazzini”.
E’ molto lunga, qui ho selezionato alcune strofe.

Addio
Dal luogo illune del tuo silenzio
mi riscuote ogni giorno l’urlo del mattino. O notte celeste senza resurrezione perdonami se torno ancora a queste voci.
Io premo l’orecchio sulla terra
a un’eco assurda dei battiti sepolti. Dietro la belva in fuga irraggiungibile mi butto sulla traccia del sangue.
Voglio salvarti dalla strage che ti ruba e riportarti nel tuo lettuccio a dormire. Ma tu vergognoso delle tue ferite mascheri i cammini della tua tana.
Io fingo e rido in un ballo disperato
per distrarti dall’orrenda mestizia
ma i tuoi occhi scolorati di sotto le palpebre non ammiccano più ai miei trucchi d’amore.

Tu sei partito credendo di giocare alla fuga.
Era per fare il bravo, la tua smorfia d’addio.
Al solito! Che poi ti bandisci nella tua stanzuccia minaccioso dietro le porte sbarrate come un gran capitano nel suo forte supremo. Guai per l’audace che si arrischi all’assedio!
Ma ti conosco. Che invece se nessuno si arrischia ti strazi, e piangi nella tua rabbia infantile
perché non c’è amore al mondo e ti lasciano solo.

Lo so che tu credevi di giocare all’addio.
Era una braveria, la tua smorfia…
Ma contro una scommessa impaziente di ragazzo è un’altra lunga agonia la posta che qui si chiede.

La ladra delle notti è una demente maniaca
che nasconde ogni suo furto sempre in un’altra buca. Non si dà uscita mai da quelle segregazioni.
Non c’è corridoio né corte per quei reclusori sterminati. Nessuna parete comune fra una cella e l’altra.
Alla distanza fantastica che le divide
non c’è misura. Nessun messaggio è possibile. Senza usci le stanze: né finestre, né bocche di lupo Niente posta né alfabeti né telefoni né cifrari.
Nessun valico per i passi attraverso quelle dune rovinose e fameliche, nessun luogo d’acqua per le navi. Nessun luogo d’aria per le voci.
Ma quando la memoria è masticata dalle sabbie anche la pulsazione del dolore è troncata.
Così sia.
(Elsa Morante, Il mondo salvato dai ragazzini, Torino, Einaudi, 1968)

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