Poeti a Roma. Resi superbi dall’amicizia

POETI A ROMA. RESI SUPERBI DALL’AMICIZIA

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La mostra “Poeti a Roma. Resi superbi dall’amicizia”, aperta al pubblico dal 30 marzo al 23 giugno 2019 al Wegil di Roma, raccoglie circa 260 fotografie originali di scrittori e poeti che “attraversarono” la Capitale tra gli anni ‘50 e ’70. Per i curatori della mostra, Giuseppe Garrera e Igor Patruno, l’inizio di questo viaggio visivo coincide con l’arrivo di Pier Paolo Pasolini a Roma da Casarsa nel 1950 e si conclude con le immagini del suo funerale nel novembre del 1975. Incontriamo uno dei due curatori, Giuseppe Garrera, musicologo, storico dell’arte, coordinatore scientifico del Master in Economia e Management dell’Arte e dei Beni Culturali della Business School del Sole 24 ore, collezionista. Il materiale della mostra proviene dalla sua collezione privata.

  1. Come è nata l’idea della mostra?

L’idea della mostra è nata da conversazioni e condivisioni con Igor Patruno di letture e passioni letterarie, poetiche. Soprattutto direi che è nata dai nostri esercizi di ammirazione legati alla fedeltà alle letture di quando eravamo giovani. All’inizio l’idea della mostra era come una celebrazione, un omaggio a una stagione straordinaria. Poi cominciando a formarla ci siamo accorti che è più la celebrazione di un’eredità. Cioè questa mostra espone anche paradossalmente un’assenza, una mancanza del presente, proprio mostrando una presenza del passato. In fondo abbiamo voluto in maniera un po’ intima mettere in mostra una nostra genealogia culturale, poetica, attraverso però uno strumento della visione, cioè la visione dei corpi di questi poeti, di documenti e della loro amicizia come un riflesso di un modello da seguire, un modello di vita.

  1. Perché la mostra ha questo titolo?

La mostra ha questo titolo perché da una parte insiste su un elemento, la dimensione dell’abitare poeticamente nel mondo, cioè di una dedizione assoluta alla poesia intesa non semplicemente come versificazione, ma come parola, cioè la fiducia, pur nella disperazione, di poter cambiare il mondo cambiando la grammatica del mondo, cambiando il vocabolario della realtà. Dunque uno degli elementi che accomuna questi amici, questa comunità, non solo è quella di leggersi tra di loro, di pubblicarsi, ma una dedizione assoluta al compito. “Poeti a Roma” perché al centro c’è il mito di Roma. Quale mito? Un mito proletario, un mito del sottoproletariato, un mito della polvere e del sole, del popolo di origine belliniana o, secondo alcune tradizioni, del popolo che incontriamo in una letteratura che comincia da Boccaccio in poi. Non dimentichiamo che molti di questi artisti non sono di Roma, vengono a vivere a Roma, muoiono a Roma, molti sono sepolti a Roma. Il cimitero acattolico è ancora oggi una sorta di isola che ha ricostituito, in una dimensione ultraterrena, quella dimensione che era stata la loro amicizia. Mi colpisce molto, tutte le volte che vado al cimitero acattolico, il fatto che un milanese come Carlo Emilio Gadda abbia abiurato la sua milanesità, si sia trasferito a Roma, abbia vissuto a Roma, sia morto a Roma, abbia desiderato e esaudito il suo desiderio di essere sepolto nel cimitero acattolico. Ed è sintomatico che si trovi nel cimitero acattolico e cioè in un luogo di confine, da esuli, come dicevo prima, in una Roma non ufficiale, una Roma di diversità, di differenziazione. Il sottotitolo “Resi superbi dall’amicizia” è per un elemento che li accomuna tutti, quello che, nel momento in cui si riconoscono come amici e si pubblicano, hanno la consapevolezza, la sacralità della gioia, di appartenere a una schiera eletta che è la schiera dei Poeti.

  1. Dove è stato recuperato il materiale della mostra?

Il materiale della mostra è il frutto di un girovagare mio personale come collezionista tra mercati, robivecchi, negozi di seconda mano, vecchie librerie, case dismesse. In questo caso tutto materiale recuperato dai molti archivi fotografici di giornali dismessi in questi anni e buttato a Porta Portese, a Conca d’Oro ecc.. Sono 260 foto originali, ognuna di queste foto cristallizza un attimo, un’ impressione, la polvere e il sole, torno a dire, di un momento. Queste foto ci permettono di vedere non solo i volti, ma i segni dei volti dei poeti, gli abiti, i sorrisi, le affinità che li univa.

  1. Ha qualche aneddoto da raccontare di questi artisti?

Sono tantissimi, mi piacerebbe ricordarne uno che credo sia inedito. Nel mio girovagare per Roma, spesso sulle tracce della memoria di Pier Paolo Pasolini, ebbi la fortuna di incontrare alcuni suoi allievi della scuola media parificata Francesco Petrarca di Ciampino, dove il poeta insegnava nel ’51. Ebbene, una delle cose che mi raccontavano alcuni di questi, in particolare il gallerista Ugo Ferranti, che era stato per due anni allievo di Pasolini nella stessa classe di Vincenzo Cerami, è che quando Pasolini mancava a scuola perché aveva degli impegni doveva mandare un sostituto, un professore di ricambio. Fu così che una mattina arrivò a scuola un signore che si presentò come Sandro Penna, un’altra volta un signore molto serio, quasi un nonno, ed era Attilio Bertolucci, e poi capitò uno che si presentò come Giorgio Caproni e che, – anche se sono un maestro elementare, – disse – vi leggerò alcune poesie. – Questo è un racconto straordinario di amicizia, considerando il fatto che il favore permise a questi alunni di trovarsi sulla cattedra il gotha della poesia. L’unico che non risulta essere mai andato è Carlo Emilio Gadda.

  1. Come è cambiata Roma rispetto al periodo rappresentato in questa mostra?

Direi che dal punto di vista della comunità poetica è cambiata per una mancanza, un’assenza o una debolezza politica e civile, cioè la funzione del poeta come intellettuale che venne incarnata da Moravia e da Pasolini, ma anche dalla ferocia di Carlo Emilio Gadda, anche dalla diversità estrema di Sandro penna. Teniamo presente che alcuni di questi poeti pur non coinvolti in un’azione politica, in un’azione di resistenza – quella che Pasolini definirà la religione della merce, la religione del potere o la legge del capitale e della borghesia – ebbene, il loro tipo di vita, le loro scelte di fedeltà alla lingua e di esistenza spesso alla deriva o disubbidiente alla resa economica o alla riuscita o al successo o all’ordine, comunque aveva in sè un contenuto fortemente sovversivo, fortemente politico. Avevano la capacità di disubbidire. Credo che manchi un po’ questo. Noi disubbidiamo all’interno del sistema. Per esempio noi protestiamo, ma la protesta deve avvenire all’interno del fatto che la protesta non deve essere violenta, una protesta che non deve essere violenta è il modo di non fare una protesta, cioè non ci accorgiamo che siamo stati disarmati. Noi come categoria di poeti e intellettuali siamo eunuchi nel regno di questa politica o di questa realtà che non accettiamo, in realtà ci hanno tolto le armi per poter combattere.

(collezione privata Giuseppe Garrera)

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