Rileggiamo l’Infinito!

Rileggiamo l’Infinito!

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

 

Questa settimana ho deciso di riprendere in mano la mia vecchia antologia di letteratura italiana dell’ultimo anno del liceo (N.d.A: Liceo Classico Galileo di Firenze) e rileggermi Leopardi. Il desiderio di farlo è nato dal fatto che, come ormai sappiamo tutti, quest’anno ricorre il bicentenario della stesura de L’infinito, avvenuta a Recanati tra la primavera e l’autunno del 1819.

La lirica è composta da una sola strofa di 15 endecasillabi, come da tradizione poetica classica, ma sciolti cioè senza rima, forma metrica che rende il significato della poesia molto più personale e intimo.

Viene  pubblicata la prima volta alla fine del 1825 sulla rivista milanese «Il Nuovo Ricoglitore» e poi nell’opuscolo Versi del conte Giacomo Leopardi (Stamperia delle Muse, Bologna, 1826) come primo di sei Idilli  (insieme Alla luna e a La sera del dì di festa). Il termine greco idillio che di solito veniva riferito al  componimento  greco  e latino con tematiche prevalentemente bucoliche, diventa con Leopardi intimismo lirico in cui l’elemento del paesaggio naturale è espressione degli stati d’animo dell’uomo.

Per Leopardi l’infinito è connesso con l’immaginazione che racconta un processo interiore: gradualmente, partendo da concrete esperienze sensoriali, il poeta giunge a immaginare ciò che non ha limiti di spazio e di tempo, fino a uscire da sè stesso e a sprofondare («naufragar») in una sensazione assoluta, una sorta di annullamento di sé, che non vuole essere una fuga nell’irrazionale o nel sogno come nella lirica romantica, ma solo una nuova occasione di un’ampia riflessione sul tempo, sulla storia, e sul triste destino degli uomini. Dopo la composizione di questo idillio, scrive sullo Zibaldone “a volte l’anima s’immagina quello che non vede, che quell’albero, quella siepe, quella torre gli nasconde, e va errando in uno spazio immaginario, e si figura cose che non potrebbe, se la sua vista s’estendesse per tutto, perché il reale escluderebbe l’immaginario”. [Lo Zibaldone, 1820]

Molte iniziative sono state organizzate in Italia per la celebrazione del bicentenario. Tra queste segnalo ‘Infinito200’ dei ragazzi del Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna. Una in particolare: a  giugno leggeranno L’infinito in cima a una torre di Bologna all’alba.

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