Il corpo abusato – i piedi (1)

Il corpo è l’involucro, quello che mostriamo al mondo, il “fuori”, il biglietto da visita, il lasciapassare. Dal corpo, cioè da ciò che appare di noi, veniamo giudicati, perché è col corpo che ci presentiamo, prima che qualcuno possa sentire la nostra voce, prima che si possano ascoltare le nostre parole, capire chi siamo veramente.
Sul corpo si giocano molte partite. Sul corpo delle donne se ne giocano troppe, molte si rivelano per quello che sono: soprusi. E da sempre.
Prendiamo la moda: ci ha penalizzate, spesso distrutte fisicamente, ha cambiato la nostra ossatura, la nostra postura, ci ha procurato danni fisici. Pensiamo, che so, a quei vitini di vespa che dovevano avere le nostre bisnonne, raggiunti a suon di busti talmente stretti che procuravano svenimenti, difficoltà di respirazione e di digestione; o alle impalcature che sorreggevano quegli abiti sontuosi, così pesanti da impedire i movimenti. Altri tempi, che però raccontano una realtà.
Con la scusa di adorarlo, di desiderarlo, di non poterne fare a meno, il corpo delle donne è stato reso oggetto duttile e consono ai desideri maschili. Per esempio è vero che da qualche tempo in televisione non ci sono più le Veline in mutande che sculettano sui tavoli dei presentatori, ma avete mai guardato i piedi delle donne? Attrici, presentatrici, moderatrici di talk-show o giornaliste, tutte calzano scarpe dai tacchi altissimi. E anche in molti ambienti di lavoro: avvocate, professoresse, segretarie o politiche, nella maggior parte dei casi viaggiano sui trampoli. Piacere loro? Certo, è la moda.

Una moda scomoda che evidentemente appassiona alcune donne, e di certo i maschi.
I piedi sono una zona del corpo che non richiama esplicitamente al sesso, ma che è considerata erotica. Da sempre, se pensiamo che in Cina tra il IV e il VII secolo d.C. le danzatrici e le concubine imperiali cominciarono a lavorare sui propri piedi per conquistare i loro signori, in un modo che tra il 960 e il 1279, sotto la dinastia Song divenne tradizione, quando i gigli d’oro acquisirono un alto valore estetico di femminilità. Giglio d’oro o Loto d’oro era il nome dato ai piedi trattati con questa tradizione, che è stata una vera e propria tortura, come si vede anche dalle fotografie.

Alle bambine, a partire dai 4, 5 anni, si piegavano le dita, tutte tranne gli alluci, sotto la pianta del piede, e si fasciavano stretti stretti. Ovviamente queste fasciature procuravano dolori atroci e fratture delle ossa che a volte causavano infezioni e cancrena. Molte bambine non sopravvivevano.

Il piede femminile doveva essere piccolo, minuscolo, quello di una bambina appunto. Calzato in bellissime pantofoline ricamate. Mai nudo, solo il legittimo consorte aveva il diritto di vedere quel che restava del piede, liberandolo a volte dalle fasce.
Ma qual era la finalità? Assicurarsi la subalternità della donna, visto che una ragazza con quelle estremità maciullate non poteva muoversi liberamente, non poteva fuggire, non si poteva allontanare dal proprio padre/fratello/consorte/amante.

Solo ai primi del Novecento si cominciò pian piano a smettere quella usanza che poi fu vietata nella Cina comunista, anche perché le donne erano forza lavoro e con i piedi devastati non avrebbero potuto muoversi.
C’è una bella testimonianza di Curzio Malaparte, uno dei primi giornalisti europei a visitare la Cina comunista nel 1956, che racconta di aver visto in una piazza una donna di una sessantina d’anni venirgli incontro con uno strano passo, “come se avesse al posto dei piedi due uccelli che beccavano il terreno”. Quando gli fu vicina la folla si spostò: le giovani donne la rispettavano perché aveva subito quella terribile tortura, e luistesso le diede il braccio, per farle sentire la sua considerazione.

 

I piedi maciullati in quel modo sono storia lontana e antica, ma sul corpo delle donne hanno lavorato da sempre le mode e le regole, le leggi e le religioni. In un’epoca che non vuole ricordare, forse è bene invece fare un ripasso per capire da dove veniamo e dove non vogliamo tornare. (-1)