L’eternità breve (1)

Un’adolescenza eterna

Fin quando è durata, la mia adolescenza è stata eterna.

Prima di allora, l’infanzia era stata permeata, come le infanzie di tutti, da quell’atmosfera di semi-incoscienza, di foschia, durante la quale viviamo ma non ci accorgiamo bene di quello che accade, in cui ogni giorno ci imbattiamo in novità e in nuove esperienze che insegnano qualcosa in più della vita. Diciamo che l’infanzia è un periodo di “training”, una sorta di apprendistato che ci introduce alla vera vita.

Quella vita vera che pensavo di avere ormai raggiunto nell’adolescenza, durante la quale le mie giornate si susseguivano identiche le une alle altre: mattina a scuola, poi a casa per il pranzo, quindi lo studio e i compiti, e poi via a giocare a calcio con gli amici, nel cortile condominiale o nel campetto di fronte. Quindi a casa per la cena, un po’ di televisione e infine a letto. Ogni giorno la stessa cadenza quotidiana, sei giorni alla settimana escluse le domeniche, che peraltro erano anche tutte uguali. Messa alla mattina, poi a casa per il pranzo e quindi, nel pomeriggio, il momento clou di tutta la settimana: radio sintonizzata su “Tutto il calcio minuto per minuto”, per seguire le partite del campionato, che erano allora tutte rigorosamente in contemporanea. Iniziavano alle due e mezza, durante l’inverno (in primavera, con le giornate più lunghe, un po’ più tardi), ma alla radio si potevano seguire in diretta solo dal secondo tempo, quindi l’appuntamento sacro per me iniziava alle tre e mezza. Di solito a casa insieme a mio padre, attrezzato con carta e penna per annotarmi formazioni, gol, marcatori, man mano che venivano annunciati dai radiocronisti (sono sempre stato un maniaco delle statistiche, sin da piccolo). Nelle belle giornate però seguivo le partite più spesso fuori con gli amici,  giocando a calcio a nostra volta, con la radiolina a tutto volume a terra di fianco alle giacche, pali improvvisati di porte immaginarie.

Era dunque un susseguirsi di giornate sempre uguali, anno dopo anno, in cui le brevi estati erano solo un piacevolissimo intermezzo tra un anno scolastico e l’altro, anzi tra un campionato di calcio e l’altro. A settembre, col nuovo anno, più che conoscere quale nuovo compagno si sarebbe aggiunto alla mia classe, mi incuriosiva di più sapere come si sarebbero comportate in campionato le squadre neo-promosse in serie A.

Per me la vita era quella: il futuro me lo immaginavo come un grande schermo davanti a me, sul quale si proiettavano più o meno le stesse scene, ma un po’ più distanti: scuola, compiti, partitina, cena, TV, calcio alla domenica… La percezione del tempo che avevo allora era quella di un’eternità immutabile. La mia adolescenza è stata lunghissima e nella mia memoria occupa uno spazio enorme, sproporzionato rispetto al numero degli anni effettivamente trascorsi. Quegli anni erano davvero lenti, solo dopo si sono messi a correre sempre più velocemente. Sì certo, sapevo che un giorno sarei diventato adulto, che la scuola sarebbe finita, che avrei cominciato a lavorare, forse mi sarei (addirittura) sposato e magari avrei avuto persino dei figli.  Ma quella era un’altra vita, un’altra realtà che si sarebbe probabilmente avverata senza però che sapessi bene né come né quando.

Poi un bel giorno l’adolescenza è finita. Anzi no, mi sbaglio: non è finita un bel giorno. Oggi mi sembra che sia scomparsa all’improvviso, ma nella mia percezione di allora si è dissolta a poco a poco, senza che me ne accorgessi, perdendo ogni tanto un pizzico di quella spensieratezza e incoscienza e aggiungendo in compenso ogni volta un po’ di responsabilità in più. Ma poco poco, impercettibilmente, come faceva Mitridate col veleno.

Dalla scuola media sono passato al liceo, poi dopo la Maturità ho iniziato a sostenere gli esami universitari, comunque sempre con lo spirito dello studente spensierato. Ma, mentre il campionato di calcio cominciava a interessarmi sempre meno, spendevo anche sempre meno tempo con gli amici, qualcuno dei quali iniziava a non farsi più vedere, quindi anch’io ho cominciato a diradare le mie uscite, ma sempre con una sensazione di temporaneità, con l’intenzione comunque di ricominciare un giorno, pensando ogni volta che “sospendo un po’ per adesso, che ho un esame importante, ma poi riprendo”.

Quelle sospensioni diventarono sempre più frequenti, sempre più lunghe, finché a poco a poco quel campetto, quegli amici, quelle stesse strade intorno a casa divennero – chissà come – solo un ricordo del passato.

(1 – Continua)