Tranquilli, si aspetta (1)

Ozio e quarantena

La musichetta al telefono, ossessiva e ripetitiva, viene ogni tanto interrotta da una voce registrata, che mi domanda di attendere finché uno degli operatori non si libera. La clessidra sullo schermo mi chiede ancora un po’ di pazienza, finché non si apre la finestra richiesta.

Intanto non parlo con nessuno, solo con delle macchine. Tutto automatico, tutto online. Ormai ci identifichiamo più con “log-in” e “password” che come persone reali, con nome e cognome.

In tempi di quarantena e lockdown, siamo costretti a fermarci, a isolarci, a restare in casa e – internet a parte – a oziare. Avevamo sempre cercato di evitare attese e tempi morti, visti come spreco e perdita di produttività. Ecco perciò i check-in “priority”, le connessioni wi-fi sempre più veloci, i telepass per evitare code ai caselli… Anche le vecchie sale d’aspetto di una volta ormai non esistono più, sedili e panchine sono sparsi un po’ dappertutto. Ma in realtà le sale d’attesa non sono sparite, sono solo state privatizzate, trasformate in salette “vip” delle varie compagnie, le “VIP lounge” di aereoporti e stazioni, con tutti i comfort per svolgere le proprie attività in attesa del treno o del volo. Diventando così, emblematicamente, luoghi sempre più esclusivi, per clienti paganti e indaffarati, e non più spazi a disposizione dei passeggeri.

Di fatto, è il concetto stesso di “attesa” che è stato stravolto nella società moderna, e assimilato a quello di “spreco”. Qualche anno fa la Toyota sviluppò un sistema di controllo della produzione, chiamato Muda, che massimizza l’efficienza eliminando ogni spreco – sia di lavoro che di tempo – in cui il “waiting time” è ritenuto una delle categorie peggiori di “waste”.

Se nell’industria e in economia si può cercare ragionevolmente di ridurre i tempi d’attesa e la relativa perdita di efficienza, al contrario nella società, nelle interazioni umane e nelle relazioni sociali, i periodi di inattività possono risultare invece molto utili e “produttivi”.

C’è un detto che recita: “l’ozio è il padre di tutti i vizi”. Detto che viene messo in pratica da quei genitori che, per allontanare il vizio, mandano i figli alle più disparate attività di dopo-scuola: judo, calcio, danza, nuoto, chitarra, scout. Con relativa staffetta tra zaini, borse, scarpe…  Da adolescente, nei pomeriggi uscivo per giocare a calcio con gli amici e oltre al fatidico “non sudare” venivo salutato da mia madre con l’immancabile “non tornare tardi”. Oggi pare che la raccomandazione sia divenuta piuttosto “non tornare presto”.

Robert Louis Stevenson, in un suo celebre saggio del 1877, scriveva che l’ozio non è non fare nulla, ma piuttosto fare una quantità di cose non riconosciute dai dogmi della società dominante. L’ozio fisico, come può essere la quarantena, se viene usato bene a livello mentale può diventare anche il “padre della creatività”: le prime società umane, quelle che si stanziarono e si dedicarono per prime all’agricoltura e all’allevamento, proprio grazie ad una nuova forma di ozio crearono quelle che oggi consideriamo le basi della cultura e della civiltà umana. Prima di allora, con la caccia e la raccolta, gli uomini erano costantemente impegnati a procacciarsi il cibo per la sopravvivenza, quotidianamente, senza sosta. Ma la scoperta dell’agricoltura generò una rivoluzione nella cognizione e nell’uso del tempo.

(1 – Continua)