Tranquilli, si aspetta (2)

Produttività

La scoperta dell’agricoltura generò una rivoluzione nella cognizione e nell’uso del tempo. Le piante, anziché essere cercate e raccolte giorno dopo giorno, poterono essere seminate dove si voleva, bastava attenderne la crescita e la maturazione per utilizzarle. Mentre l’allevamento del bestiame mise carne, latte, uova a disposizione in qualunque momento, con enorme risparmio di energia rispetto alla caccia. La stanzialità che ne derivò permise anche di conservare gli alimenti in luoghi adatti, per disporne in tempi più difficili, e questo eliminò ulteriormente l’assillo della ricerca del cibo.

Fu allora che si sviluppò la civiltà, con l’uso e l’impiego dei tempi morti (anzi, del tempo libero) in attività precluse fino a quel momento: la scrittura, l’arte, ruoli specializzati dedicati a costruire abitazioni, a immagazzinare cibo, a difendersi dalle tribù nemiche, a onorare il culto delle divinità… I diversi mestieri, le religioni, le filosofie, le arti, le diverse culture umane: un po’ tutte figlie dell’ozio, inteso come tempo liberato dall’assillo e dalla costrizione della ricerca quotidiana di cibo.

Questo ruolo del tempo libero non è venuto meno nemmeno oggi, se sostituiamo “ricerca del cibo” con “profitto e guadagno”. Accanto allo svago e al divertimento, pensare e riflettere – magari anche in silenzio – sono tuttora attività gravide di idee e di inventiva che ahimé oggi è sempre più difficile praticare. Se non si perde tempo, non si arriva da nessuna parte. Citiamo ancora Stevenson, che affermava che, se un ragazzo non è in grado di imparare qualcosa dalla vita e dalla strada, allora non è in grado di imparare mai nulla.

Albert Einstein da adolescente trascorse un anno in Italia a bighellonare oziosamente, dopo aver abbandonato gli studi in Germania, oppresso dal rigore del liceo. Il suo fu un ozio volontario, per scelta. Invece, a proposito di quarantene e di epidemie, durante la Grande Peste del 1665 Isaac Newton fu costretto all’isolamento nella sua fattoria, e fu durante quella quarantena forzata che fece alcune delle sue scoperte più importanti, tra cui quella della forza di gravità. Un altro ozio forzato fu quello che permise allo storico belga Henri Pirenne (che fu professore a Gent) di scrivere una sontuosa Storia d’Europa, nata dai racconti che fece ai compagni di cella – senza carta e penna, solo a voce – quando fu prigioniero in Germania per due anni durante la prima guerra mondiale. Due anni, dal 1916 al 1918, spesi nell’attesa della liberazione ma non sprecati, dunque.

Oggi persino nella comunicazione si tende a essere “produttivi”. Anziché con racconti di prigionia di due anni, concetti e pensieri si esprimono oggi coi blog, gli sms, gli smilies, gli adesivi, i post su Facebook e i tweet di pochi caratteri. È vero che la brevità esiste da sempre, ne abbiamo gloriosi esempi dal passato, dalle epigrafi latine agli aforismi del Novecento (“Un pensiero che non può essere detto in poche parole non merita di essere detto”, scriveva Lacerba nel 1913). Ma la profondità e l’efficacia di quelle brevi frasi non può essere paragonata con i contenuti dei social network odierni.

I “cinguettii” di 140 caratteri sono forse il simbolo più pertinente della società moderna (verrebbe da dire “occidentale” ma purtroppo sempre più globale), un inno alla velocità che non lascia più alcuno spazio alla profondità e alla riflessione. Riflessione che può essere stimolata solo da pause, da attese, dai cosidetti “tempi morti”, appunto. E necessita del silenzio per poter essere elaborata. Oltre ai tempi morti, è proprio il silenzio che oggi sembra dar fastidio, se non addirittura spaventare.

(2 – Continua)