Tranquilli, si aspetta (3)

Silenzio e in coda!

Oltre ai tempi morti, è il silenzio che oggi sembra dar fastidio, se non addirittura spaventare.  Viaggiando mi capita spesso di dover aspettare, un imbarco, un volo o un treno. Fino a poco tempo fa questi erano per me tra i momenti più interessanti e più attesi, cui mi accingevo con entusiasmo, perché mi permettevano di prendere una pausa, di fermarmi a pensare, leggere o scrivere. Spesso infatti mi porto quello che chiamo il mio “kit di sopravvivenza”, cioè un quaderno per scrivere e un libro da leggere, da sempre miei compagni di viaggio. Sale d’aspetto, treni, aerei, bar: ogni luogo è buono per leggere, ovunque e comunque. Ma recentemente il terrore sociale per il silenzio e per i tempi morti ha trasformato molti di questi luoghi, pervadendoli di musica passiva. E invasiva. Ormai ovunque, persino in quelle poche sale d’aspetto rimaste di cui dicevamo (dove qualcuno potrebbe anche voler dormire o riposare) rintronano note a volume sostenuto, spesso di musica non necessariamente prediletta o gradita da tutti gli astanti. Leggere, concentrarsi, anche solo riflettere, diventano così sovente una “mission impossible”.  Ma perché la gente ha così paura del silenzio? Per lo stesso motivo per cui teme, o odia, dover aspettare?

Abbiamo parlato di silenzio, di attesa, di ozio. Ma questi concetti non hanno molto in comune tra loro. Gli italiani si dice che amino oziare, godersi la vita, fare le cose con calma, prendendosi i propri tempi, tra una chiacchierata al bar, un caffé, un bicchiere di vino. Pare poi che adorino anche il chiasso e la musica. Eppure se c’è una cosa che odiano più di tutte è aspettare: stare in coda, fare la fila. Non solo in auto. Conosciamo tutti l’idiosincrasia degli italiani per le attese in automobile: chi si infila da destra, chi sgomma allo scattare del verde, chi entra e subito esce dall’area di servizio per guadagnare pochi metri di coda in autostrada, chi addirittura entra in retromarcia dal benzinaio per fare il pieno per primo…

Il semaforo rosso è visto sempre come un dramma, soprattutto se qualcuno ne approfitta per volerti lavare i vetri. Nelle code c’è sempre qualcuno che tenta di guadagnare spazio e tempo, cambiando corsia di continuo, a seconda di quale si muove di più. Eppure è empiricamente provato che a spostarsi sempre di corsia durante le code si perde più tempo e si arriva più tardi che non restando sempre nella stessa. Infatti il cambio è di solito dettato dal fatto di veder un’altra corsia muoversi più della propria. Ma anche se si è prontissimi nel cambiar fila (e non è detto, dipende se ti lasciano passare), quei pochi attimi in cui la corsia altrui si muove prima si sommano ogni volta che ci si sposta, e alla fine quindi si arriva sempre più tardi. Bisognerebbe conoscere in anticipo quale fila si muoverà tra poco, il che è impossibile soprattutto nelle lunghe code autostradali. E anche se fosse, si dovrebbe avere lo spazio sufficiente per la manovra.

Ma pure con le file a piedi non si scherza. Prima di scegliere in quale fila accodarsi, in un ufficio, in banca o alla Posta, o alle casse del supermercato, molti italiani studiano con attenzione le persone in coda. Un’accurata analisi permette infatti di valutare quanto veloce andrà ciascuna fila. Dipende dall’età, dall’espressione, alla Posta si cerca di quantificare quanti bollettini hanno in mano da pagare, mentre al supermercato si controlla la quantità di merce ammassata nei carrelli. Ma è anche importante analizzare chi sta agli sportelli e alle casse: anziani, giovani, svegli, indolenti…

Anche per le code a piedi non mancano tecniche per (cercare di) passare avanti e guadagnare posizioni. C’è chi, con aria indifferente e guardando altrove, passeggia di fianco per poi infilarsi all’improvviso in testa alla fila, magari sbucando da dietro una colonna; c’è chi va in cerca di qualche conoscente che sta già in coda, magari un vicino di casa con cui non parla da anni, per andarlo a salutare e guadagnare così diversi posti nella fila. Poi ci sono quelli che – con fare ingenuo – passano davanti a tutti, si avvicinano allo sportello giustificandosi con “solo una domanda!” e poi, una volta concessa la domanda, si accomodano, si allargano e si godono il successo per tutto il tempo necessario, tra il borbottìo di chi è rimasto dietro.

(3 – Continua)