Parlare, scrivere e… riscrivere (4)

Paperolles

Paperolles

Uno dei campioni della riscrittura del passato è stato proprio il nostro Marcel Proust, che inventò le paperolles, ingegnoso sistema di “ipertesto” antelitteram. Le paperolles erano fogli, strisce di carta che Proust incollava (o, meglio, faceva incollare dalla domestica Céleste Albaret) alle pagine, per aggiungere nuove parti alle varie stesure del suo romanzo, la già citata “Ricerca del tempo perduto”.

Romanzo inserito nel Guinness dei primati come il più lungo di tutti, composto da ben sette volumi, oltre quattromila pagine e un milione e mezzo di parole. Un’opera monumentale che ha da poco celebrato il centenario dalla pubblicazione definitiva ma che Proust ritoccò incessantemente fino alla fine dei suoi giorni, apportando continuamente modifiche sia al manoscritto sia alle bozze di stampa, con grande disperazione degli editori.

Le paperolles proustiane e, in generale, le varie stesure di ogni scritto, possono essere paragonate ai diversi strati pittorici di un dipinto. Non è necessario conoscere le cancellature e le aggiunte del pittore per ammirare un suo dipinto, ma sarebbe comunque interessante per capire di più l’opera e i vari ripensamenti dell’artista.

Analogamente, con i manoscritti originali si ha l’impressione di essere alle spalle dell’autore mentre scrive, è come entrare nel suo laboratorio, nella sua mente persino. Spiando così tutti i dubbi, i ripensamenti, le divagazioni e anche le distrazioni, che alla fine dell’opera svaniscono.

Per tornare all’aforisma proustiano con cui abbiamo aperto quest’articolo, nella conversazione mondana, in società, “recitiamo” allo sbaraglio, non abbiamo quasi mai la possibilità di provare e riprovare le “scene”, restiamo in balìa delle nostre abitudini e anche dei nostri vizi. Uno scritto, un libro, è invece il risultato di prove, modifiche e correzioni che l’autore ha apportato successivamente, presentando così una bella copia del proprio “io”, visto che nella versione finale non c’è traccia del processo di elaborazione e delle condizioni in cui è avvenuta la stesura. C’è solo una voce continua, controllata e impeccabile: impossibile capire dove le frasi sono state riscritte, dove l’autore si è distratto, dove una metafora è stata cambiata, dove si è dovuto chiarire meglio un punto e tra quali righe l’autore ha cenato, dormito o ammirato le stelle.

Le stesse stelle che ho appena finito anch’io di contemplare proprio adesso, dopo avere apportato le ultime modifiche a questo misero articoletto. E non vi dirò quanto tempo ci ho messo, a completarlo…

(4 – Fine)