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Bill Evans, il miele tra le dita

Sentirlo suonare, William John “Bill” Evans pianista e compositore jazz, nato il 16 agosto 1929 a Plainfield nel New Jersey e morto il 15 settembre 1980 a New York, è un’esperienza unica. Tira giù la lampo che chiude la tua anima con un colpo secco, indifesa cosi al fluire del mondo che passa tra le sue dita. Il piano, strumento il più versatile, ma difficile da soggiogare diventa per lui, un quadro colorato a pastello, tenuo nell’accostamento delle note, che non sono più staccate come su uno spartito ma unite in simbiosi. Forse la tecnica per lui, seguito in gioventù da una insegnante che non lo considerò mai un buon pianista, preferendogli il fratello, è solo un ostacolo da superare, ma Bill e il suo strumento diventano un corpo unico, imperfetto, ma umano, cosi profondo da non sentire la caduta, ma solo il fluire della vita. Evans fu il bianco del jazz dal tocco delicato e nulla a che fare con gli eccessi di Parker e di Monk, l’eclettismo di Miles e gli estremismi di Mingus, il genio splendente di Coltrane. Nonostante ciò trasformo il modale in uno spartito aperto, armonico.
Incise il suo primo album nel 1956: “New Jazz Conceptions”, con lui Paul Motian alla batteria e Teddy Kotick al contrabbasso.

La critica inizio a osservarlo.

Il 2 marzo del ’59 Miles entra in sala di registrazione con Miles Davis alla tromba, Julian Cannonball Adderly al sax contralto, John Coltrane al sax tenore, Paul Chamber al contrabbasso e Jimmy Cobb alla batteria. Il progetto era di Davis e si intitola “Kind of Blue”. Davis si prenda ogni merito e non solo dal punto di vista artistico, per uno dei dischi jazz più celebrati e amati ma Evans con il proprio tocco è così presente da marchiare il suono. Un pezzo come “Blue in Green” è tutto suo.

Conosce intanto Scott LaFaro, il suo contraltare, il suo contrabbassista. Tanto riservato l’uno, quanto scatenato l’altro. E sorridente, impetuoso, pieno di vita.

Nel 1961, dieci giorni dopo aver registrato Sunday at the Village Vanguard e Waltz for Debby, LaFaro morì in un incidente stradale.

La morte del contrabbassista pesò molto a livello psicologico e Bill entrò gradualmente nel giro della droga per tentare di alleviarne le sofferenze. Isolatosi per circa sei mesi, Evans rientrò sulla scena con Chuck Israels, in sostituzione di LaFaro.

Nel 1963, registrò Conversations with Myself, un album innovativo da solista, usando l’overdubbing.

Nel 1966, incontrò il bassista Eddie Gomez, con il quale avrebbe lavorato per undici anni. Molti degli album registrati ebbero grande successo; tra di essi Bill Evans at the Montreux Jazz Festival, Alone e The Bill Evans Album.

Evans fu colpito dalla morte di LoFaro tanto da far uso di droga nell’illusione di riuscire a superare i momenti difficili. Elaine la sua fidanzata e suo fratello Harry si suicidarono. Il consumo di stupefacenti ebbe conseguenze sulla sua stabilità finanziaria, sui rapporti e sulla creatività musicale, fino a portarlo alla morte nel 1980.

 

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