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I Primi 40 anni di “All that jazz”

Se ci chiedessimo quale regista cinematografico ha più di ogni altro raccontato se stesso, i suoi sogni, il suo personale sguardo sulla vita, il nome che inevitabilmente verrebbe in mente sarebbe quello di Federico Fellini. Qualsiasi autore che voglia girare un film parlando di sé avrà sempre come riferimento il regista riminese, in particolare il suo 8 1/2 (1963), come ha dimostrato Woody Allen con Stardust Memories (1980) e soprattutto Bob Fosse con All That Jazz – Lo spettacolo continua, che il prossimo dicembre festeggerà i quarant’anni dalla sua uscita. Ballerino e coreografo (voleva essere un Fred Astaire degli anni ‘50), spesso innovatore a fianco di Stanley Donen, Robert Louis Fosse aveva già omaggiato il Fellini de Le notti di Cabiria (1957) con il suo primo film Sweet Charity (1969). Ma dieci anni e due capolavori dopo (Cabaret, 1972, Oscar per la regia, e Lenny, 1974) sentì il bisogno di raccontare più da vicino la danza e il suo rapporto di regista-coreografo diviso tra cinema e teatro. I piedi (che lui aveva in dentro, caratteristica anomala per un ballerino) ben piantati sul palcoscenico e lo spirito portato all’eccesso, anzi scrisse All That Jazz insieme a Robert Alan Aurthur (scomparso l’anno prima dell’uscita del film) come una sorta di compendio della sua vita. L’intreccio ruota intorno alla figura del coreografo Joe Gideon interpretato da Roy Scheider, un uomo geniale, anche troppo consapevole di esserlo. Lo vediamo mentre sta allestendo uno spettacolo in un inizio che sembra quello di A Chorus Line. Ma il protagonista è lui con il suo ego contraddittorio: perfezionista e mai soddisfatto, chiede sempre di più al suo fisico, dividendosi tra l’allestimento a Broadway e il montaggio di un film su un cabarettista (chiaro riferimento a quando Fosse stava girando Lenny mentre a teatro preparava il musical Chicago). Coprendo la fatica e lo stress, le pressioni degli impresari e le difficoltà al
montaggio con l’uso di eccitanti e il fumo smodato, Gideon prenota inevitabilmente un posto in ospedale per il conseguente infarto. Il finale è puro
Fellini, tra visionarietà e sogno. Non è un caso che a firmare la fotografia ci sia Giuseppe Rotunno, che con Fellini aveva collaborato molte volte.
Roy Scheider si era calato totalmente nei panni del coreografo, sottoponendosi a un durissimo addestramento per essere un ballerino credibile.
Fosse, dal canto suo, gli suggeriva con l’aiuto di un auricolare le mosse e le espressioni da interpretare. Aveva creduto in Scheider, che il pubblico era abituato a considerare solo in ruoli da duro, grazie a film come Lo squalo (1975) e Il maratoneta (1976), e ne aveva difeso la candidatura dopo che la Columbia (poi affiancata dalla Fox) aveva pensato al solito giro di nomi illustri: Jack Lemmon (che però era già ben oltre i cinquant’anni),Warren Beatty, Paul Newman, Jon Voight, sino a Richard Dreyfuss, che abbandonò le prove e poi se ne pentì amaramente.All That Jazz (quattro Oscar: montaggio, scenografia, costumi e colonna onora) è l’ultimo film musicale di Fosse, un testamento che si ispirava alla vita. Ma per una volta è stata poi la vita a modellarsi sul cinema: appena otto anni dopo, nel 1987, il regista, come Joe Gideon, veniva stroncato a 60 anni da un infarto la sera della prima a Broadway della ripresa di Sweet Charity.

ALL THAT JAZZ
(Usa, 1979).

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