Intervista a Giuseppe Forestiero

Giuseppe Forestiero è un imprenditore, laureato in giurisprudenza, vive in Abruzzo. Ha pubblicato Jack, si gira per i tipi di Edizione Tracce Pescara, 1998. Dopo una lunga assenza torna ora con due progetti, uno dei quali di prossima pubblicazione.

Cosa rappresenta per te la poesia? Quale funzione ha avuto e ha nella tua vita?

Il rapporto che ho con la poesia è il rapporto che io ho con me stesso, in questo senso è di identità assoluta. Se in alcuni momenti mi sono allontanato dall’esercizio della scrittura ciò significava un di-vergere da me stesso; questo avveniva nel corso di quelle che io chiamo “ le mie micro ere geologiche”, dove le faglie scivolose della psiche sovente si scontravano e scontrandosi facevano emergere nuove terre, abitate da mostri insidiosi ma anche da divinità benevole. In me c’è sempre stato questo elemento ctonio che cerca una propria declinazione nel mondo. Se dovessi eleggere un luogo della poesia il mio pensiero va a Delphi, ai misteri eleusini, a Demetra, a Persefone, divinità quest’ultima di elezione magnogreca che per ragione di origini e formazione sento di appartenere. A questo proposito, se mi permetti, vorrei menzionare il tuo libro, Istanti lunghi come coltelli, che in alcune poesie dà conto di queste figure archetipali tratteggiandole con una poesia originale e molto bella dal punto di vista formale, e nelle quali ho potuto constatare che il mito è presenza, esperienza ed esigenza quotidiana, non un mero esercizio intellettuale. Insomma, la poesia per me non è soltanto un microscopio o una lente di ingrandimento, o un machete con cui mi faccio largo nella foresta dei simboli, essa ha una funzione religiosa in senso letterale di re-ligo. La poesia mi mette in comunicazione con il mio daimon interiore, mi prende per mano e mi conduce nell’inesplorato per mostrarmi la meraviglia e il terrifico: solo affrontando le tenebre si può riconoscere la vera luce.

Gli artisti hanno dei maestri di riferimento, quali sono i tuoi?

Quello dei maestri è un discorso complesso, premesso che io in poesia non ho avuto maestri in senso stretto, però ci sono due figure che sono state determinanti nella mia formazione, una è sicuramente mio padre che mi ha trasmesso l’amore per il mondo dei libri, uomo di vecchio stampo, formato dai gesuiti ai tempi nei quali una versione si traduceva prima dal greco al latino e poi dal latino all’italiano; poi il mio professore di ginnasio, Don Federico Farina, priore dell’abazia di Casamari. Ricordo interi pomeriggi nella meravigliosa biblioteca dell’abazia ad aiutarlo a catalogare i manoscritti; nelle giornate di primavera facevamo lunghe passeggiate nel parco, eravamo sempre tre o quattro studenti, che incontrandolo, lo seguivamo e lui sorridendo conduceva il passo: lunghi silenzi seguiti da monologhi, citazioni di Cavalcanti, Guinizzelli o Petrarca. Per concludere posso dire che in fondo i miei maestri sono i libri che ho letto e dimenticato; sì, soprattutto quelli che ho dimenticato, ma che hanno agìto dentro di me come metallo fuso nello stampo.

Ci vuoi parlare del libro che stai pubblicando?

il libro che sto pubblicando è una piccola plaquette dal titolo Extra Vagantes Show, una serie di epigrammi, piccole descrizioni di minuterie, una specie di aforismi effimeri. Anticipa nel tempo una pubblicazione più importante a cui sto lavorando ormai da anni e che ho lasciato a maturare. Sono un perfezionista, ma lo sono per difetto, credo che un ruolo importante giochi la bassa autostima che ho di me, celata a volte da un’autoironica tendenza all’istrionico: l’anfitrione che è in me è la misura della mia introversione, quindi è questo il senso della fedeltà al labor limae: una difesa. E poi mi sono sempre sentito un autodidatta, un outsider in un mondo, quello dei poeti, che va avanti per cooptazione e dove, se non hai un nume tutelare non hai spazi; così ho sempre dovuto fare il doppio per poter mostrare almeno la metà.

Hai un nuovo lavoro in programma?

Il prossimo lavoro è l’opera della mia maturità anagrafica, non credo sia quello della mia maturità come poeta e come uomo, ma resta comunque importante perché è una stagione (una micro era geologica direi) che mi ha permesso di capire ciò che per me sono le cose importanti nella vita.

Per chiudere l’intervista ci regali una poesia che per te ha un significato particolare?

La poesia che ho scelto è Seduto sul fiume Ural, una composizione a cui tengo molto; farà parte del mio prossimo lavoro ed è quindi inedita – salvo averla pubblicata su Instagram l’altro giorno per uno sparuto numero di amici. La propongo qui per un pubblico più vasto:

 

Era una notte magnifica

io ero seduto sul fiume Ural,

c’erano cavalli al pascolo

e stelle oro in un cielo cobalto.

Lì disegnavo sul greto cerchi

partendo dal punto dove sentivo

premere il tempo su tutte le cose.

Chiudevo gli occhi a ricordare meglio

un attimo prima o solo un millennio.

Ero fin dentro l’oro delle stelle

e il cobalto profondo di un tuo sogno:

parlavi una lingua primitiva,

ogni suono che usciva dalla tua bocca

era un giglio e un cerchio che si compiva.