La vergogna

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Siamo sempre lì: la condizione subalterna delle donne.
Triste rendersene conto veramente cinquant’anni dopo il Sessantotto, più di cento anni dopo le lotte delle suffragette. Atroce, soprattutto, dover aprire gli occhi su un fatto così evidente, attraverso la morte di tante innocenti.
L’ultima si chiamava Michela e aveva solo 22 anni, era di porto Torres e non è stata uccisa dal suo compagno/fidanzato/vicino di casa/fratello/padre, no, stavolta ha deciso di farla finita da sola. Ma sempre per gli stessi motivi che attengono a qualcosa di così naturale come il sesso. Michela, così pare, era stata ripresa a sua insaputa, in atteggiamenti di cui si vergognava. Non solo, pare fosse ricattata dai tre filmaker improvvisati, tre amici, dicono i giornali. Amici???
La vicenda luttuosa, che non è che l’ennesima del genere, mette in luce tre temi portanti, a partire dal meno peculiare: l’utilizzo massiccio e senza senso delle immagini rubate col telefonino, che ormai è diventato un’arma. Per passare al problema più urgente, l’idea di poter ricattare una donna che fa sesso liberamente: hai fatto sesso quindi sei una peccatrice, ti devi vergognare. Difficilmente questo genere di ricatto viene rivolto agli uomini, perché nel sentire comune l’uomo che fornica è un gran figo, mentre la donna è una puttana, l’uomo è cacciatore e la donna è preda, e come tutte le prede deve scappare o subire. E se per caso è consenziente, c’è qualcosa che non va, di cui si deve vergognare.

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Il terzo dato essenziale è, appunto, la vergogna. Leggo la definizione da Treccani: “Vergogna: Sentimento più o meno profondo di turbamento e di disagio suscitato dalla coscienza o dal timore della riprovazione e della condanna (morale o sociale) di altri per un’azione, un comportamento o una situazione, che siano o possano essere oggetto di un giudizio sfavorevole, di disprezzo o di discredito”. Tutti proviamo vergogna, e sulla vergogna si basano molti comportamenti assai comuni. E’ un sentimento doloroso, ma affrontabile, passarci attraverso significa crescere, capire tanto di sé e degli altri. Eppure è motore di atrocità, di fatali errori, di paralisi. La vergogna è uno dei temi più interessanti che appartengono agli uomini e alle donne, ma approfittarsi del trito pensiero che accomuna sesso e vergogna appartiene a una forma di ricatto osceno che ha intriso di sé la società cosiddetta civile.
So di essere retorica quando parlo di donne e uomini, perché mi vibra dentro la vena manzoniana: brucia sempre il ricordo di Lucia Mondella, l’eroina il cui unico pregio sembra risiedere nella verginità. E da lì veniamo: società corrotta fino al midollo, ma cattolica e perbenista, in cui le donne sono sempre l’ultimo anello della catena e metterle l’una contro l’altra è sempre stato più che un imperativo. E ci si riesce anche attraverso la vergogna.
La piccola Michela ricattata da sedicenti amici che decide di suicidarsi dopo aver cercato nella fuga la salvezza, per evitare la gogna, è un’eroina romantica che non vuole più essere Lucia, ma non vuole neppure apparire senza morale o diventare crudele come la povera monaca di Monza, sventurata vittima anche lei del solito sistema. E non trova altro mezzo che sottrarsi alla vita.
Alle ragazze, alle bambine – e ai maschi – va insegnato a scegliere il meglio per sé, ma anche ad affrontare la responsabilità delle proprie scelte. E a sostenere e superare le avversità, tra cui il terribile sentimento della vergogna. Ma è più facile a dirsi che a farsi. Per questo va rivoluzionato il pensiero corrente e messa in pratica al più presto un’educazione permanente alle emozioni e ai sentimenti, per avere più rispetto di noi stessi e di chi ci sta intorno, uomo o donna che sia.