la donna (non) è (un) mobile


Ci sono decine di modi per guardare la realtà, centinaia. Ce n’è uno fatto di regole innate, succhiate col latte materno, inculcate in giorni, mesi, anni di parole buttate lì da genitori, amici, parenti, insegnanti, fatto di esempi silenziosi e penetranti. E’ molto comune, si chiama pregiudizio. Col pregiudizio si ha una visione della realtà preconfezionata. Di pregiudizi – cioè di giudizi dati a priori, decisi senza nemmeno prendersi la briga di analizzare la questione, viviamo tutti, volenti o nolenti. I pregiudizi sulle persone sono infiniti, quelli sulle relazioni tra uomini e donne ancora di più.
Il pregiudizio lavora in maniera sottile e subdola, nostro malgrado, e spesso ci coglie di sorpresa.
Dev’essere successo qualcosa del genere nel 2013, quando tre giudici donne hanno assolto due colombiani denunciati da una ragazza loro connazionale per stupro. Le giudici hanno creduto alle parole dei due uomini che si dichiaravano innocenti, adducendo come prova a discolpa la bruttezza della vittima “che sembrava un uomo”. Fortunatamente nei giorni scorsi c’è stata una revisione del processo e una riapertura del caso, visto che la ragazza, a causa di quella violenza, ha dovuto persino subire un delicato intervento.
Un caso terribile di ottusità dettata da un pregiudizio.

E a proposito di pregiudizi e luoghi comuni, c’è un’opera esposta in questi giorni in piazza Duomo a Milano in occasione del Salone del Mobile.
Si tratta della rivisitazione della storica poltrona Up5&6 che raffigurava un corpo femminile senza testa legato con una catena ad una sfera. Realizzata cinquant’anni anni fa da Gaetano Pesce, architetto e designer celebre nel mondo, nella versione 2019 la poltrona, del colore della pelle umana, è infilzata da centinaia di frecce, s’intitola Maestà sofferente e nelle intenzioni vorrebbe essere una denuncia contro la violenza sulle donne.
Il sindaco di Milano Sala, che l’ha voluta esporre, sostiene a gran voce l’attualità dell’opera.
Per fortuna non è il pensiero di tutti.
Continuo a chiedermi – e non sono di certo la sola – perché per parlare di donne si debba ricorrere agli uomini – non c’erano designer donne a disposizione? – e poi mi dico che la Up5&6 che cinquant’anni fa rappresentava la femminilità come una comoda poltrona da usare, incatenata alla sfera domestica, e che forse allora aveva una valenza di denuncia, oggi dovrebbe essere superata.
Smettiamo di usare pregiudizi ormai fatiscenti e guardiamo il mondo con un po’ più di apertura mentale. E soprattutto non utilizziamo nemmeno idealmente il sangue versato dalle donne ammazzate per pubblicizzare un salone del mobile. Grazie.

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