Il pensiero libero

La settimana scorsa, nella consueta ricerca di notizie su autobus romani risucchiati dalla città eterna, sono incappata in un simpatico autista dell’ATAC: un quarantenne tatuatissimo e con l’aria truce, ma gentile e anche spiritoso. Dopo la battuta sul malfunzionamento dei mezzi pubblici e sulla città che è diventata un inferno inabitabile, ha apocalitticamente invocato l’esercito, “ché gl’italiani solo il bastone capiscono!”. Ho cercato di dissuaderlo dall’idea balzana e gli ho fatto esempi nefasti di dittature militari e virtuosi di democrazie avanzate. La conversazione si è fatta più seria e lui mi ha detto: “Io sono uno che s’informa, che studia. Io ho capito che gli italiani stanno bene solo sotto dittatura: d’altra parte prima c’era il fascismo, poi c’è stato il comunismo. La democrazia non fa per noi”. Sorridendo gli ho chiesto su quali testi si informasse, visto che in Italia il comunismo non c’è mai stato e gli ho ricordato l’esistenza di una Democrazia Cristiana che ha regnato indisturbata per  più di quarant’anni. Era forse quella che intendeva chiamare “comunismo”? Non siamo andati oltre perché era ora che l’autobus partisse, ma ho visto la perplessità disegnarsi sul suo volto: “C’avesse raggione ‘sta chiacchierona??” passava sul display della sua pelata. Ci siamo lasciati così, con una stretta di mano, ma è ovvio che questo paese ha bisogno di un nuovo corso di alfabetizzazione. Non per insegnare l’alfabeto tout court, ma per ricominciare a trasmettere la storia la geografia la filosofia… Il giovanotto dell’ATAC è stato solo un esempio e anche virtuoso: un uomo che comunque ha voglia di studiare, che partecipa alla vita cittadina. Il punto è anche dove, come si informa?

Siccome niente succede per caso, i giorni scorsi li ho passati a fare  riprese per un documentario sull’UNLA, l’Unione Nazionale Lotta all’Analfabetismo. A sud: Calabria, Campania, Basilicata. E qui dobbiamo tornare alla fine della seconda guerra mondiale, quando la pulsione verso l’alfabetizzazione c’era, per non sentirsi più subalterni e per non essere trattati da bestie. Con le bestie i contadini e le loro famiglie, convivevano, nei fondi agricoli. Le bestie servivano per produrre calore in case che è difficile oggi definire così, e se i figli piccoli sopravvivevano era anche grazie alla capra munta appena alzati, alle uova della gallina che razzolava sotto il giaciglio dove si dormiva in quattro cinque, a volte anche in dieci. Pagliericci pieni di pulci su cui si nasceva e si moriva, circondati dai propri cari, tutti analfabeti ma solidi nelle tradizioni secolari. Questa era l’Italia allora. Così la vide Anna Lorenzetto, una intraprendente e colta romana, che aveva fatto la volontaria nei corpi femminili, aveva combattuto la Resistenza, era stata iscritta all’UDI (Unione Donne Italiane). Lei, e molte donne e uomini come lei, capirono prestissimo che se si voleva cambiare il paese dopo la batosta micidiale della guerra, bisognava far crescere l’alfabetizzazione nelle campagne e nelle città. Quei pensatori che volevano impiantare una società nuova erano cresciuti sotto il fascismo, e capivano che per evitare una ricaduta dentro un regime totalitario, occorreva formare cittadini consapevoli e non sudditi, facile preda di chiunque si presentasse come il salvatore della patria, come un padre, come qualcuno pronto a difendere gli italiani contro tutto e tutti.

Per evitare brutte svolte illiberali e sorprese lunghe e dolorose, molti uomini e donne di buona volontà si diedero da fare allora. Pensiamo a don Milani, ai sistemi innovativi di Maria Montessori, ai centri che spuntavano come funghi per accogliere ragazzini cenciosi e analfabeti che non sapevano parlare l’italiano, e non riuscivano a capire nemmeno il dialetto del vicino che magari apparteneva alla contrada accanto. Ma non solo i ragazzini, anche gli adulti, le donne, i vecchi, si giovarono dei Centri di cultura permanente che ideò la Lorenzetto. I Centri insegnavano a leggere e a scrivere, insegnavano anche i mestieri più comuni e insegnavano, soprattutto, a pensare e a scambiare opinioni. La guida era il pensiero laico che non si opponeva necessariamente al lavoro fatto in parallelo dalla parrocchia, ma vi si accostava e vi si confrontava.

Il concetto primario era semplice e vale ancora oggi: se non mi approprio di un mezzo per tradurre criticamente la realtà che ho intorno, potranno strumentalizzarmi, potranno farmi credere quel che vogliono, potranno indurmi a votare per un partito regalandomi la scarpa destra con la promessa di consegnarmi la sinistra solo dopo il voto.

Per essere liberi si deve conoscere. Sarà pure un pensiero desueto, sarà pure un’illusione, ma io continuo a credere che con la propria testa si possono disegnare solo circoli virtuosi, con la testa degli altri il rischio di cadere in trappola c’è sempre.

L’ABC serve anche a fare politica – attiva e passiva -. Leggere e capire aiuta. Forse non è un caso che si spendano tanti soldi per insegnarci ad essere consumatori di merci di tutti i tipi, televisioni comprese, e tanto pochi per l’istruzione nel nostro bel paese.

 

 

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